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Arcaicità
ed espressionismo
nell'opera di Domenico Melluso
di
Aldo Spinardi - settembre 1983 |
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Il
"Cristo"
di Domenico Melluso è
del 1971; l'artista siciliano, torinese di adozione, in quanto si è
trasferito in Piemonte nel 1952, all'età di cinque
anni, si può dire che abbia dipinto
da sempre: i quaderni delle scuole elementari che egli conserva gelosamente
sono zeppi di schizzi ed i rimproveri, talvolta benevoli,
fioccavano in quel tempo, senza tuttavia frenare
la sua ansia, la sua naturale tendenza a " scrivere " per immagini;
analoghi episodi si ripetevano, successivamente, durante le lezioni di
matematica alla scuola media ed il suo bersaglio o, meglio, il suo modello,
era il professore della materia.
Da
sempre, quindi, Domenico Melluso schizza disegna dipinge.
Ma
noi crediamo che la pietra miliare del suo iter artistico sia rappresentata
proprio dal suo " Cristo " del 1971: gli occhi incavati, il volto
scolpito come una scultura in legno, con la sgorbia, la barba nera, folta, un
grande solco di color rosso, la bocca; è l'immagine della sofferenza umana e
indubbiamente qui Cristo è piuttosto uomo che Dio, anche se l'artista non
vuole mettere in dubbio la sua natura divina; e, certamente, la sua figura ha
molti punti di contatto, presenta più di un'analogia con il suo compagno di
sofferenze al quale assicura il regno dei cieli.
Un'immagine
vigorosa, di chiara impronta espressionistica, che si collega tuttavia ai
Cristi proto cristiani, ai Crocefissi dei primi secoli.
E
l'immagine del "drogato",
la pupilla dilatata, il setto nasale pronunciato, che sembra salire al
cervello, è strettamente collegato, non soltanto per il
colore, che dal rosso
amaranto confluisce nel bruno, ma per la sua intensa drammaticità, con quel
Cristo dipinto almeno una decina d'anni prima: è su questo filo, che si può
definire tragico, che si svolge la tematica di chiara impronta esistenziale
scelta da Domenico Melluso; indubbiamente, anche se egli ha trascorso la sua
infanzia e la sua adolescenza a Torino, lontano dal suo paese natale, Palma
di Montechiaro, nella provincia agrigentina, le "radici" hanno il
loro peso. Non soltanto perché ognuno di noi reca nell'animo, nel suo
intimo, le immagini che sono legate ad una tradizione che si è arricchita
nel corso dei secoli, ma perché l'uomo della città, anche se in apparenza
più colto, più educato, più conformista, meno rozzo, non soltanto porta
con se, irrisolti, i problemi proprii della sua terra d'origine, della sua
gente, ma li vede moltiplicati perché gli manca proprio quel terreno
essenziale che è la campagna, i campi, gli alberi, i fiori, gli animali.
colore, che dal rosso
amaranto confluisce nel bruno, ma per la sua intensa drammaticità, con quel
Cristo dipinto almeno una decina d'anni prima: è su questo filo, che si può
definire tragico, che si svolge la tematica di chiara impronta esistenziale
scelta da Domenico Melluso; indubbiamente, anche se egli ha trascorso la sua
infanzia e la sua adolescenza a Torino, lontano dal suo paese natale, Palma
di Montechiaro, nella provincia agrigentina, le "radici" hanno il
loro peso. Non soltanto perché ognuno di noi reca nell'animo, nel suo
intimo, le immagini che sono legate ad una tradizione che si è arricchita
nel corso dei secoli, ma perché l'uomo della città, anche se in apparenza
più colto, più educato, più conformista, meno rozzo, non soltanto porta
con se, irrisolti, i problemi proprii della sua terra d'origine, della sua
gente, ma li vede moltiplicati perché gli manca proprio quel terreno
essenziale che è la campagna, i campi, gli alberi, i fiori, gli animali.
Domenico
Melluso approfondisce questo concetto sia simbolicamente sia formalmente in "Simbiosi":
una figura femminile prona, dai tratti rudi,
vigorosi,
in primo piano, il viso color del mare e del cielo, le mammelle come piccoli
vulcani, si fonde e si confonde con la terra. È un concetto forse non nuovo
nella pittura dei secoli più recenti, ma è indubbio che Domenico Melluso,
non soltanto perché colloca il suo personaggio sulla rena, vicino al mare,
ma perché materializza il simbolo con tratti aggressivi, si allontana dalla
figurazione di altri artisti, pur validissimi, che si limitano a conferire
alle colline, alle groppe, ai mammelloni una lontana sembianza di donna.
La
figura femminile entra di prepotenza nella tematica di Domenico
Melluso fin dagli inizi della sua carriera artistica con il "Nudo
verde",
di aspetto chiaramente simbolista, le gocce filiformi della pioggia che
possono significare purificazione e pudore al tempo stesso, attenuando la
nudità del
"Nudo
verde",
di aspetto chiaramente simbolista, le gocce filiformi della pioggia che
possono significare purificazione e pudore al tempo stesso, attenuando la
nudità del
soggetto.
Più
avanti, con "Nudo
rosa",
nel quale possiamo leggere una indiretta influenza picassiana, ci troviamo di
fronte ad un gruppo di nudi femminili stilizzati, in diversi colori,
dall'azzurro al verde seppia, al rosa, in cui
prevalgono i valori
compositivi e l'elemento geometrico, ciò che notiamo anche in altri dipinti,
come nota costante. La diversità dei colori, indubbiamente, non è soltanto
di natura cromatica, ma vuole indicare la pluralità dei problemi da cui sono
assillate le donne presenti nel gruppo, appartenenti ad una famiglia o ad una
comunità; non solo, la loro collocazione su piani intersecantisi, obliqui o
verticali od orizzontali, può far pensare ad un mondo costruito sulla
sofferenza, anche se non vi regna il disordine e l'ambiguità.
prevalgono i valori
compositivi e l'elemento geometrico, ciò che notiamo anche in altri dipinti,
come nota costante. La diversità dei colori, indubbiamente, non è soltanto
di natura cromatica, ma vuole indicare la pluralità dei problemi da cui sono
assillate le donne presenti nel gruppo, appartenenti ad una famiglia o ad una
comunità; non solo, la loro collocazione su piani intersecantisi, obliqui o
verticali od orizzontali, può far pensare ad un mondo costruito sulla
sofferenza, anche se non vi regna il disordine e l'ambiguità.
Anche
nei giochi dei bambini (gioco
di bambole)
già si preannuncia l'animosità, la conflittualità della stagione adulta:
su d’un terreno dai toni scuri, tristi, due fanciulle appaiono in contrasto
per il possesso di una
bambola, mentre un'altra
poupée sembra librata a mezz'aria ad osservare la scena, lieta di non
appartenere a questo mondo in cui le incomprensioni e le sofferenze sembrano
costituire l'elemento costante.
bambola, mentre un'altra
poupée sembra librata a mezz'aria ad osservare la scena, lieta di non
appartenere a questo mondo in cui le incomprensioni e le sofferenze sembrano
costituire l'elemento costante.
Altre
volte il nudo di donna si inserisce nel paesaggio in modo tale da non
distinguersi dal bosco, dalla natura, come possiamo rilevare in "Il
sole";
ma in questo caso le linee concave e convesse che si snodano dolcemente
imprimono alla figura un aspetto sereno e rasserenante, ben lungi dalla
drammaticità espressa in "Simbiosi", anche se vi è leggibile
un'analogia concettuale.
I
problemi della maternità, dell'amore familiare, ritornano con insistenza,
Cosi come in "Maternità
interrotta",
due volti glabri, chiara la donna e "Maternità
interrotta",
due volti glabri, chiara la donna e
verde d'aspetto l'uomo,
un putto in pietra sulla sedia di paglia, l'immagine del figliolo atteso, che
non ha potuto vedere la luce. Se quello odierno si potrebbe definire il
periodo dei concepimenti non portati a termine contro le stesse leggi della
natura, è pur vero che molte famiglie, cristiane o no, vivono un dramma
profondo se il destino non concede loro dei figli, dramma che soltanto
raramente si risolve con l'acquisizione di figli adottivi. L'espressione di
questi genitori mancati, volti impietriti dal dolore, il capo raso, senza
capelli, proprio per esaltare questa loro grande pena, è rivelatrice dei
loro profondi sentimenti.
verde d'aspetto l'uomo,
un putto in pietra sulla sedia di paglia, l'immagine del figliolo atteso, che
non ha potuto vedere la luce. Se quello odierno si potrebbe definire il
periodo dei concepimenti non portati a termine contro le stesse leggi della
natura, è pur vero che molte famiglie, cristiane o no, vivono un dramma
profondo se il destino non concede loro dei figli, dramma che soltanto
raramente si risolve con l'acquisizione di figli adottivi. L'espressione di
questi genitori mancati, volti impietriti dal dolore, il capo raso, senza
capelli, proprio per esaltare questa loro grande pena, è rivelatrice dei
loro profondi sentimenti.
Con
l'opera "Continuità",
due coniugi avanti negli anni, scheletriti, dall'aspetto tutt'altro che
gradevole, l'autore, che sviluppa costantemente,
con estrema coerenza, un
suo discorso di natura eminentemente etica, collegato con la conoscenza non
superficiale della psicologia umana, vuol dimostrare come nell'età avanzata
l'uomo e la donna abbiano sempre più bisogno uno dell'altro e quindi non si
possa mai parlare di inutilità o di fallimento dell'istituto del matrimonio.
La
drammaticità che spesso leggiamo sui volti dei personaggi di Domenico
Melluso si rileva anche nei suoi paesaggi, come in questo "Paesaggio
siciliano",
con la strada tumultuante
in primo piano, dai toni azzurri, incandescenti, e l'aranceto, quasi un bosco
indiavolato dove gli alberi sembrano danzare un tragico "sabba".
Anche
se dall'isola mediterranea ci trasferiamo al settentrione, sulle montagne del
Piemonte, gli alberi consentano un'analoga drammaticità: si
innalzano verso il cielo con le loro masse scure (inverno),
non per contestare ma per
accettare il loro destino, il vento, la bufera, la tempesta, come gli uomini
e le donne di questo mondo il cui avvenire
non è diverso dal loro.
(inverno),
non per contestare ma per
accettare il loro destino, il vento, la bufera, la tempesta, come gli uomini
e le donne di questo mondo il cui avvenire
non è diverso dal loro.
Un
espressionismo di natura mediterranea nel quale sembra prevalere
l'aggressività, ma che in effetti fa sempre riferimento ai valori dello
spirito che vengono esaltati in ogni opera: dal desiderio di avere dei
figlioli alla maternità, all'amore tra i coniugi che non si attenua con gli
anni e con l'infermità, ma si irrobustisce come un albero che, con il
passare delle stagioni, dà frutti più gustosi e abbondanti.
Questa
spiritualità, sempre presente, sembra essere in contrasto con l'espressione
dei personaggi che emergono da questo drammatico album, e della natura,
personaggio di rilievo anch'essa, per i tratti vigorosi, incisi, ed i colori
piuttosto cupi, proprii dell'espressionismo: se ci rivolgiamo all'autore egli
ci confiderà che ha voluto esaltare i sentimenti non con tratti leggeri ed
una cromia delicata, proprio per ribadire non la loro violenza, ma la loro
forza, ed il loro valore nel tessuto umano, nella famiglia e nelle società.
Non
dimentichiamo che Domenico Melluso si esprime sia con la spatola ed il
pennello, sia in versi liberi;
se
e
l'amaro si aggiunge all'amaro
e
l'insoddisfazione diventa noia
malinconia
tristezza
e vuoto intorno
tuttavia
vivremo
dove l'ipocrisia non esiste..
quindi
canta con me e inneggia alla vita eterna...
Torino,
settembre
1983
Aldo
SpinardiAldo
Spinardi
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Der
mediterrane expressionismus von Domenico Melluso
Berna |
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Domenico
Melluso wurde 1947 in Palma di Montechiaro, in der agrigentinischen Provinz
geboren und kam, kaum fünfjährig, mit seiner Familie nach Turin.
Schon
während seiner Schulzeit porträtierte er - fast unbewusst - das Gesicht des
Vaters, der Familienangehörigen, der Schul- und Spielkameraden auf dem
Blattrand seiner Schulhefte. Auch heute noch findet man in seiner Zeichen-
mappe
viele gepflegte, klare Porträts von Kindern, Frauen, Freunden.
Man
kann also sagen, dass er die Anatomie sehr gut kennt, sei es diejenige des
Menschen oder auch die der Landschaft, und, wenner will, kann er sich der
Form gegenüber respektvoll verhalten.
Was
ihn aber anregt ist der Mensch mit seinen Problemen, seinen Aengsten, seiner
Religiosität. Es sind die Leiden-schaften der Seele, die in der
expressionistischen Sprache ausgedrückt werden, so stark, dass sie mit
Heftigkeit explodieren und die physiognomischen Züge wie auch die Landschaft
deformieren.
Von
Sizilien ins Piemont, in die Schweiz oder noch weiter weg: das ist das
Schicksal der Emigranten mit ihrer Last von Heimweh und Traurigkeit, mit
ihren Paketen auf den Schultern und in der Hand tragen sie die nie zu
vergessenden Koffern oder eher "Schachteln" aus Karton mit etwas
Schnur zusammengehalten.
Wo
gehen Sie hin? Dies wissen sicher diejenigen, die vor Jahren oder auch vor
kurzer Zeit hierher in die Schweiz gekommen sind, aber auch diejenigen, die
in das ins Abendlicht getauchte Genua oder nach Turin, zwischen die
Sträucher, die Kuppel der Basilika von Superga verbergen, oder in kalte
Städte des Nordens zogen.
Hier,
in Bern, erwartete sie der breite, niedrige, wachsame Zeitglockenturm. Auch
hier, weit weg von ihrer Heimat, haben sie immer das Bild der Heimaterde vor
ihren Augen, das sich mit dem der Mutter vereint. Beides sind für sie
Mütter, die Heimaterde wie die leibliche Mutter.
Domenico
Melluso drückt dies aus in mediterranem Expressionismus, in welchem
Traurigkeit und Angst zusammenfliessen; die Figur einer Mutter und eines
Kindes aber bringen es immer zustande, uns ein Lächeln zu entreissem
Aldo Spinardi
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Domenico Melluso
incontra le Langhe
Aldo Spinardi |
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Guardando
le “Langhe” di Domenico Melluso si pone subito un problema:
sono
esse che hanno conquistato il pittore di origine siciliana oppure è lui che
ha impresso un’impronta sua a questo terremoto di colline che, ad una certa
ora del giorno, quando il sole mette a nudo ogni anfratto, penetra tra gli
inguini e picchia sulle dorsali, si vergognano un po' di essere così
scomposte, accavallate le une alle altre, come le pecore al pascolo quando i
primi freddi si fanno sentire, ed allora si danno una pettinata, si
raddrizzano le punte del colletto, stirano almeno il davanti della camicia,
non tanto perché oggi è festa, quanto perché capiscono di essere
osservate, ammirate.
Di
certo l’artista si porta nella cesta, sulle spalle, la sua Sicilia, la sua
aggressività, quell’angoscia che viene dalla tragedia greca e dai problemi
che penetrano come spade nella carne della gente di oggi, vecchi e giovani.
Ma
la Langa, soprattutto in, autunno, è allegra, anche se i contadini non
dimenticano che la terra è bassa, chinare la schiena è fatica, e la
fillossera e la guerra che periodicamente allontana dalle vigne e dai campi i
giovani, coloro che sono più arditi nell'uso della zappa e del picco. E la
grandine, la “tempesta” che uccide i grappoli quando già mostrano la
loro carne saporosa, o bianca o d'oro o rossa.
La
Langa è allegra: e Melluso si lascia conquistare.
Forse
aspettava proprio questo momento.
Ma
non la vede con i soliti colori dell’autunno: rosso e arancio e giallo.
No,
ecco una strada tutta blu, ecco spazi suppergiù quadrangolari dove si
raccoglie la luce del sole, quasi un pascolo divino.
Un
privilegio?
Il
sole è bizzarro, le sue lame si posano su quel terreno che più dimostra di
gradirle, ma, e sopra e sotto e ai lati, altri spazi bruni, di un verde
intenso, e non manca lo smeraldo e quel verde dorato da una miriade di
corolle gialle.
Ma
dove ha accantonato Melluso la sua abituale aggressività?
Non
l’ha dimenticata nel cassetto.
E
la vediamo - e qui il realismo si sposa al carattere dell’artista, a quel
vulcano che gli ribolle dentro - nelle tracce nere dei filari che disegnano
in parallelo l’uno e l'altro versante della collina: sono tratti vigorosi,
rudi, sembrano voler raccontare tutto il loro orgoglio, ben venga la
grandine, la rispediranno in cielo, ben venga la fillossera, la 1infa che
vien su dalla la stritolerà tra i sali di calcare.
E
i grappoli si mostrano, tra i pampini verdi, con un brivido di sensualità.
E
l'aggressività, ancora, la vediamo nei dorsi a forma di capanna, negli
anfratti dove si rifugia l'oscurità: la plasticità di queste Langhe fa
pensare ad una scultura, non ad un dipinto ad olio.
Ed
ecco la sorpresa: dalla tavola di legno si protende un altorilievo impastato
in cemento, gesso, collante ed altre diavolerie; e puoi passare la mano sulla
sommità delle colline, puoi seguire il corso dei rivi e l’andamento ora
rettilineo, ora leggermente ondulante, dei filari.
Ed
i calanchi, chiari, verticali, mostrano lo spaccato del terreno: un richiamo
ai millenni, all’origine di questa crosta terrestre che ora dà buoni
frutti ed ora si chiude nella sua solitudine, non vuole importuni tra le
gambe.
Ritornando
agli oli, qualche volta Melluso non disdegna un’affettuosa siepe
decorativa: ma è un moto spontaneo, non c'è ombra di retorica.
Dobbiamo
concludere: dopo gli anni dell’espressionismo più crudo e scostante, è
rinato il sorriso sulle labbra di Domenico Melluso.
E
l'incontro con le langhe è stato determinante.
Non
possiamo che rallegrarcene.
Torino,
16 novembre 1989
Aldo Spinardi |
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GUARDANDO
LE LANGHE
di
Manuela Cusino |
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Distese
immobili, grumi di colore distesi dalla lenta ed uguale stesura dei filari,
viticci attorcigliati su se stessi, vite distese sui fili del lento ma
cadenzato lavorare, nei campi, sulle colline, nei casolari. . . . . . .
sull'aia.
Colori
che sembrano sprigionare la forza di antiche azioni, sempre uguali, sulle
orme che il nascere ed il calare del sole incidono sulla pelle delle mani e
dei volti dei contadini.
Rughe,
pieghe e calli, la stessa rugosità materica con cui i lavori di Domenico
Melluso infossano o rilassano il materiale di supporto, creando nel breve
spazio di un angolo di foglio la prospettiva dei campi e delle colline
langarole.
Tutto
pare come fissato dalla luce dei cieli di fondo, pennellate striscianti con
ovuli più chiari, occhi vividi e attenti a scrutare anche il più lieve
movimento della bassa Langa. Chi sa “guardare” ha occhi per vedere anche
la vita di queste sempre uguali distese.
Nelle
chine acquarellate si rintraccia la stessa incisività di segno, forse con un
andamento più impressionistico dove l'energia del gesto diventa guazzo nero,
spazio bianco del foglio di supporto; è infatti in questo continuo dialogare
tra i colori e il loro spessore materico che l'artista crea momenti d'intensa
forza espressiva. Quale fatica il sentire passionale e quasi panteista di
Domenico Melluso, ha dovuto accettare per farsi filtrare dalla luce
apparentemente immobile dei filari sempre uguali della Langa, da quell'odore
di terre intrise di zolfo, dove la presenza. umana pare bandita, ma viva,
quasi dannatamente incisa sui solchi del terreno, perenne andare faticoso dei
contadini, con le gerle sulle spalle e un pugno di acini d'uva in mano, quasi
un'evocazione del banchetto mistico: il vino ed il pane, la vite e la terra,
il sudore del peregrinare lento e costante dell'umanità.
Ma
il sudore la fatica sono rinnovati nel banchetto condiviso, in un bicchiere
di vino bevuto in comunità ed in una stretta di mano che sa ancora
dell'antico sapore delle cose scarne, essenziali, ma vere.
Guardare
per Melluso è qualcosa di più che il semplice vedere, gli occhi non bastano
per scoprire il senso delle cose più semplici.
Alba,
2 OTTOBRE 1989
Manuela
Cusino
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Corsa
e gioco tra luci ed ombre
d'aprés Toulouse-Lautrec
di
Manuela Cusino |
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Entrare
nel mondo segreto di questo pittore, quasi varcare una soglia
timidamente
per ritrovarsi subitamente lanciati sul tavolato della scena, del palco dove
l'esistenza si compie e si ricompone senza sosta al ritmo veloce di una
corsa, di una danza, non importa se di gioia o di dolore, perché è qui che
si celebra il rito della vita e della morte e 'tu', semplice e timido
viandante, ne diventi necessariamente complice. Ma è la complicità senza
ombre (... " non bisogna avere paura dell'ombra perché generata dalla
luce che noi stessi desideriamo e invochiamo come fonte di speranza e di vita
" - Pensiero sulla Vita di Domenico Melluso) della scoperta fraterna e
non solitaria di 'se', dello spazio senza tempo in cui ci si incontra -
scontra con le due più grandi 'prime donne': la VITA e la MORTE. E infatti
la donna, la figura femminile ad occupare spesso e in chiave diversa, lo
spazio pittorico che Melluso destina alla registrazione di questo passaggio:
'NUDO
VERDE'/'NUDO
ROSA'/'IL
SOLE SULLA PELLE'/'RIPOSO
SULLA SPIAGGIA'/ e 'INCONTRO'/'ATTESA'/'MATERNITA
'INTERROTTA'/ (anni
1970/75). Si tratta del processo di metamorfosi continua della realtà e
della sua traduzione in termini pittorici.
C'è
chi questo sottile filo della coscienza che parla di presenza e assenza, di
povertà, non lo segue affatto, anzi lo recide o ne ha vergogna e lo tiene
nascosto, quasi tesoro geloso di notti senza sonno, di interrogativi senza
risposta, come accade per poeti, musicisti, anime semplici....
C'è
chi pur rimanendo nell'anonimato, schivo di 'prime' senza seguito, dopo anni
di lavoro -scontro con se stesso a la materia (supporto+colore) (dal '51
Melluso lavora a china, olio, pastello, matita, sperimentandosi su supporti
diversissimi, tela, carta, compensato preparato con collante e tempera
lavabile) viene alla ribalta.
Dapprima
una presentazione quasi in sordina, forse con le 'cose' più belle e poi più
personali, quelle di cui uno non si disterebbe mai.
L'artista
parla di se quasi volesse vietare all'interlocutore la scoperta di qualcosa
che nemmeno lui ha individuato o forse si, e per questo teme (paura di
scoprirsi diversi attraverso l'altro). Per Melluso questo qualchecosa è la
povertà, lo scenario, il fondale in cui la vita e la morte recitano ciascuna
la propria parte.
La
povertà, lama sottile, un filo teso, in equilibrio tra il 'tutto' e il 'nulla'.
Una
povertà di mezzi tecnici, di materiale che per scelta e vigile cura
dell'artista evita il rischio dell'appiattimento o abbrutimento a favore di
un rapporto tutto 'pelle a pelle' con il supporto stesso, artigianalmente
preparato, e con il colore steso per lo più a spatola nei toni bruno e del
rosso amaranto.
Una
povertà esistenziale, non un ripiegamento, un ricorso a valori morali
tradizionali assunti anticamente e mai rivisitati (Melluso nasce nel
1947 a Palma di Montechiaro, presso Agrigento), ma il risultato ineluttabile
dell'incontro - scontro col finito. In questa linea la povertà diventa
partecipazione più che comprensione del reale. L'artista 'fa spazio' sulla tela alla sofferenza, a quelle DONNE del Sud che parlano del
loro dolore nelle lunghe vesti scure e nelle pieghe del volto, cosi come alle
giovani DONNE dei quadri 'Nudo verde','Nudo rosa', e in particolare 'Simbiosi.
La ricerca, infatti, il passaggio, è sofferenza, azione consapevole del
proprio limite. Afferma Melluso: "È vera arte la natura, in quanto
segretamente va oltre l'universo con forze ed energie destinate a rimanere
sconosciute nonostante l'uomo si consumi giorno dopo giorno nello sforzo di
comprenderla... " - Accanto a queste due povertà, una terza, forse la
più leggibile in questa personale, non a caso suggerita dalla ricorrenza, in
data 24 novembre del centoventesimo anniversario della nascita di Toulouse
Lautrec e dalla profonda vicinanza spirituale e tecnica con cui Melluso
rivisita il mondo parigino del pittore:
la povertà fisica. Povero è il corpo che per processo naturale invecchia,
ma più povero quello menomato fisicamente magari fin dall'infanzia.
Due disastrose cadute impedirono al famoso pittore lo sviluppo degli arti
inferiori e, precludendogli la vita sportiva e brillante che
prediligeva, lo spinsero a dedicarsi interamente alla pittura ma con grande
sensibilità, specie per la sofferenza nascosta dai lustrini delle ballerine
di cancan e dai velluti e stucchi delle case di appuntamento parigine (1892
'Moulin Rouge'/1895 'La Clownesse Cha-U-Kao).
Il
suo stato di uomo deforme lo aveva infatti allontanato dall'alta società,
portandolo a frequentare esclusivamente l'ambiente di Montmartre: caffè -
concerto, sale da ballo e teatri. In questa linea Toulouse supera la pittura
impressionistica a favore di una pittura aderente alle cose che pur con
stilizzazioni formali, fissa i tipi psicologicamente caratteristici di
quell'umanità senza orpelli, ridotta all'osso, Cosi come alcune figure di
Melluso, dei sobborghi urbani. Non diversamente accade per l'umanità di
Melluso, per quella rivisitata in chiave celebrativa oggi, e per quella di
sempre, per quei personaggi cosi consapevoli della propria récita (in specie
i personaggi del circo).
Corsa,
danza, musica, e riso, questi i segnali spia del rapporto, mediato
fisicamente, tra anima e mondo, tra soggetto e oggetto. L'ambiente, lo spazio
è il tavolato materico e policromatico della scena teatrale dove
l'interrogativo /'uno, nessunocentomila'/ non ha ragione di porsi polche
l'uomo è la sua finitudine. È questa consapevolezza e accettazione, a volte
quasi ironica, di se e dei proprii limiti che traspare dal mondo figurativo
di Melluso e dall'umile porsi di fronte alla forza della natura. del
mistero. la poeticità del suo 'fare' pittorico
Il
sarcasmo e la polemica, reazioni piuttosto diffuse nell'assurdo gioco delle
parti, sono del tutto lungi dall'accettazione serena di chi come Melluso
muove nuove soluzioni ad interrogativi ancora aperti.
L'uomo, come il cavallo, come ogni essere vivente non può fermarsi, ciò
equivarrebbe alla morte L'artista corre, ma il suo galoppo non è frenetico e
senza meta come quello di molti uomini del nostro tempo.
Manuela
Cusino
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Le
prigioniere di rue des moulins
di
Manuela Cusino
Un
rapporto con la materia caratterizza da sempre lo scenario e il fondale delle
sperimentazioni artistiche di Domenico Melluso.
Nato
a Palma di Montechiaro (AG) nel 1947, vive ed opera a Torino, lavorando dal
1961 con i materiali più diversi (china, olio, pastello, matita) e
sperimentandoli su supporti quali tele, carta o compensato preparato con
collante e tempera lavabile.
La
figura femminile, la donna, occupa spesso, anche se in chiave diversa, lo
spazio pittorico dell’artista così vicino spiritualmente e tecnicamente al
mondo parigino del grande Toulous Lautrec a cui dedica nel 1984 un’intera
personale, registrazione formale e psicologica di quell'umanità senza
orpelli, ridotta all’osso dell'ambiente di Montmartre: caffè Concerto,
sale da bal1o, teatrini e case di appuntamento.
Le
"prigioniere di rue des moulins” sono consapevoli della
Propria
recita ma non temono l’ombra generata “dalla luce che esse stesse
invocano come fonte di speranza e di vita” (Pensiero sulla vita di Domenico
Melluso).
La
scena e il palco, spazi prescelti dall’artista, rappresentano
metaforicamente lo spazio dove l'esistenza si compie e si ricompone senza
sosta al ritmo veloce di una corsa, di una danza di gioia e di dolore. Le due
più grandi “prime donne” sono infatti la VITA e la MORTE, e la sosta, il
momento di sospensione non è che registrazione di questa continua
metamorfosi del reale.
Melluso
traduce questa filosofia in termini pittorici rimanendo fedele alla grande
scoperta: la povertà (iconografica e tecnica). Una povertà del mezzo
tecnico scelto per la sua valenza originaria, un materiale che per vigile
cura dell’artista evita il rischio dell’appiattimento o abbruttimento a
favore di un rapporto tutto “pelle a pelle” con il supporto stesso,
artigianalmente preparato, e con il colore steso per lo più a spatola come
nel quadro delle prigioniere, nei toni aggressivi ed espressionisti del bruno
e del rosso amaranto.
Queste
donne attendono qualche cosa: la libertà. Ma è un processo lungo per chi
come Melluso vive l’incontro-scontro col finito, la sofferenza della
coscienza che ci parla di presenza ed assenza, di volontà ed ineluttabile
destino.
Questi
volti e questi corpi nelle brune e bianche vesti traspirano del rapporto,
mediato fisicamente, tra anima e mondo, soggetto ed oggetto, consapevolezza
accettata della propria finitudine.
“Un
passante s’è fermato, meravigliato, e un venditore ambulante di immagini
che suona, a modo suo, sempre, il ritratto delle cose e degli esseri che l’hanno
colpito. Queste cose e questi esseri sono stati anch’essi colpiti e
nonostante la sua miseria, questo piccolo mondo, con tutta la sua luce, s’è
fatto bello per lui.”
(Per
IZIS – 1951 – Jacques Prèvert)
Manuela
Cusino
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Puzzle
... di natura
Galleria
Arteincornice di Torino dal 10 al 27 gennaio 2000
Quando
pensiamo ad un mosaico o ad una composizione aggregata il ricordo vivo è
quello dell’antichita’ classica con le sue distese pavimentali mosaicate
oppure quello dei medievali vetri a cattedrale ripresi anche se con soluzioni
ondeggianti e sinuose ancora nell’epoca liberty. Accanto a questi ricordi
vive oggi, la lezione dell’immagine digitale, dove il tassello rielaborato
e rivisitato grazie ad una serie di copie del medesimo, si moltiplica, si
sdoppia ricomparendo simile ma anche diverso.
E’ questa
sensazione di appartenenza ma anche di profonda identità che ogni quadro di
Domenico Melluso offre a chi attentamente lo osserva. Trattasi di varianti
e al tempo stesso pezzi unici di un grande puzzle di natura:
cieli, acque,
insenature,
promontori,
cavità,
distese …si accompagnano ad altrettanti tasselli di cieli e mari ora
incisivamente definiti e fissati nella loro immobilità, ora furiosamente
annuvolanti o rumoreggianti prima o dopo lo stato di quiete. E’ come se la
dimensione temporale, quella del fluire ed addensarsi del tempo e della
materia fosse rincorsa e bloccata da un tempo eterno, sempre uguale, dove il
distendere e il fissare equivalesse ad un’operazione meditativa.
Il movimento
si fissa spesso in tasselli materici e cromatici di variabile intensità tra
note espressioniste e naif.
Anche la
tecnica scelta dall’artista amplifica questo risultato: una tecnica mista.
Colori ad
olio, acrilici e cementi su masonite o tavola, permettono di ottenere queste massellature,
ora rigide e quasi turgide, in una sensualità del paesaggio che richiama
forme e sinuosità
femminili, ora distese e ‘a perdita d’occhio’ in un distacco
emozionale e sensitivo.
Questa
polarità tecnica e tematica risponde perfettamente alla personalità di
Domenico Melluso e forse proprio in questi ultimi lavori la questione della tensione
riemerge piu chiara e precisa di un tempo. Per l’artista si profila un
periodo di attenta ricerca grazie ad una consapevolezza più forte della
strada su cui condurre le future sperimentazioni.
Alcune quadri
particolarmente vicini alle emozioni che una regione come quella della
Sicilia, patria dell’artista, può regalare circoscrivono zone
significative, come ‘Portopalo
di Capo Passero’ o ‘Santa
Maria del Focallo’: terre di vita aspra per lavoro e per clima in cui
ogni orpello è bandito ed ogni colore, profumo, rappresentano la forza della
natura. Una natura primigenia a cui l’uomo vorrebbe assomigliare e di cui
Melluso rintraccia le presenze fisiognomiche
in sassi, promontori o altro, ma che al tempo stesso, pur invitandoci a
questa dissoluzione del nostro corpo per galleggiare o far massa con essa, ci
incute paura. Accompagnano la lettura di questa mostra due brani, scelti
dalla Voce del Maestro di Kahlil GIBRAN, particolarmente cari al mondo
visionario-concreto di Domenico Melluso:
La
vita è un’isola in un oceano di solitudine: le
sue scogliere sono le speranze,
i
suoi alberi sono i sogni,
i
suoi fiori sono la vita solitaria,
i
suoi ruscelli sono la sete …
La vostra vita, uomini, miei simili,
è un’isola distaccata da ogni altra isola e
regione … siete sconosciuti agli altri uomini
e lontani dalla loro comprensione …
La Natura ci
si fa incontro a braccia aperte, invitandoci a godere della sua bellezza;
ma a noi incute paura il suo silenzio, e
accorriamo nelle città affollate, per
ammassarci come pecore in fuga da un lupo feroce.
Manuela
Cusino
|
|
La
storia di un uomo attraverso i suoi quadri
di
Cinzia Durandetto - agosto 1985 |
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Vagabondando
nella
valle in un giorno d'estate ho varcato il portoncino di una vecchia casa
di Rubiana. Un manifesto: "Domenico Melluso personale di
pittura".
Dentro
le stanze non c'erano soltanto tele e colori, c'era una storia: non mi è
ancora chiaro se sia la storia di un uomo o la storia dell'uomo, ma vorrei
provare a ricostruire per voi qualche frammento.
Attori:
china lavata, ecoline, pastello su carta, oppure olio lavorato come se fosse
acquerello, e spatolato.
Personaggi:
due prime donne d'eccezione, la vita e la morte.
Atto
unico: lo scenario è il mondo. Lo sguardo spazia cogliendo immagini di ogni
giorno, di sempre, alla ricerca di qualcosa da individuarsi. Gli scorci sono
di una umanità ridotta all'osso; e lo sguardo indagatore non sorride. Ha una
guida: l'immagine femminile.
Donna
non madre, figlia, compagna: prima ancora è donna primigenia, ma attenzione,
il rito non è gioioso. Femmine di ominidi soli perpetuano la triste
condanna, portatrici e vittime esse stesse. L'occhio si assuefa al dramma, il
fatalismo guadagna terreno. E la donna si fa specchio, causa e oggetto della
metamorfosi continua della realtà e del perenne compiersi e ricomporsi del
dramma primordiale della solitudine umana, della condizione umana, della
miseria che vi è nell'essere.
Ora
si capisce anche quanto è narrato senza la donna, con il Cristo
protocristiano, per esempio. E le immagini si fanno flash che si susseguono
freneticamente: una donna alla finestra guarda il trascorrere del tempo e
aspetta, donne Madri di figli morti in guerra, donne in simbiosi con la
terra, con l'universo, donna prostituta schiava di se e della vita, donna
feconda madre del proprio compagno come dell'intera umanità e di se stessa.
Donna sola.
Anche
nella serie celebrativa di Henry De Toulouse-Lautrec l'eros si scava
una nicchia in questa girandola di sequenze che non si capisce se proiettino
lo spettatore in alto, al di sopra della realtà che non coglie più
per averla sempre davanti, o in basso, al di sotto, dentro l'animo
umano, dentro l'animo di chi ha varcato quel portoncino.
ì
cala;
Me
ne sono andata a malincuore. Avrei voluto sapere se, dopo quest'atto unico
potessi sperare in un epilogo chiarificatore sul senso della vita, ma gli
occhi di Melluso sembravano lo specchio dei miei.
Agosto
1985 - Cinzia Durandetto
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Le
Langhe di Domenico Melluso
frammenti
del quotidiano
di
Giorgio Borio - novembre 1989
Le
movimentate immagini di quella parte di Piemonte, note come Langhe hanno
influenzato pittori e poeti: anche Domenico Melluso ne ha fornito una
personale interpretazione che viene ora presentata presso la galleria
Arteincornice ( Sala Incontri) in via Vanchiglia 11/c Torino. Sono frammenti
d'una natura vivace in cui il pittore spazia con evidente autonomia: il
degradare delle colline, i fianchi impreziositi dai filari, i calanchi, i
solari angoli d'una natura irrepetibile confluiscono in dipinti e chine ove il
vero e la creatività si fondano in una dualità celebrativa.
Quello
di Melluso è un modus pittorico prossimo al vero con inserimenti che si
installano in quell'ampio panorama espressivo prossimo all'espressionismo.
Pittura mentale che basa la sua esistenza su un profondo e calibrato rapporto
fra gli occhi ed il cuore; nell'immediatezza del gesto che crea si avverte una
dinamica capacità di scoprire, il "nuovo" in un mondo, in un
paesaggio cementato dai millenni
Giorgio
Borio
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Berna
- 17/31 marzo 1984 |
|
A
Berna, tra le attività culturali
di questo mese,c’è da segnalare la mostra personale di pittura di Domenico
Melluso alla Casa d’Italia, che è stata inaugurata sabato scorso.
Domenico
Melluso è nato in Sicilia ma vive a Torino da molto tempo: nonostante questo
la sua pittura trova le sue radici nella lontana terra d’origine e non tanto
nei temi, quanto piuttosto nel modo di affrontarli, perché profonde rughe
solcano i volti delle sue figure e della terra, quasi a voler celebrare il
dramma di sempre e che sempre si ripete.
L’esposizione
potrà essere visitata fino al 31 marzo prossimo.
Saro
Marretta |
Domenico
Melluso all'Archivolto
di Mons. G. Ferrero - gennaio 1984
Una
pittura tremendamente esistenziale e profondamente drammatica quella
che il giovane Domenico Melluso espone nelle sale dell'Archivolto: una pittura
dove segno e colore si fondono in visioni di una realtà angosciosa,
drammatica a volte addirittura allucinante, ma tradotta sempre con un
linguaggio artistico di non comune livello Sono quei volti, veri o
idealizzati, aggressivi o rassegnati, che gridano il dramma di una gente e di
una esistenza, ma gridano anche la speranza e la volontà di un domani
migliore; sono quei paesaggi
siciliani che
ricordano al Melluso gli anni della prima infanzia quei paesaggi vivi di
colori incandescenti di forme tormentate, di riflessi assolati; paesaggi di
sereno e di tempesta; di calma e di bufera: una realtà di sempre. Una pittura
che all'apparenza potrebbe anche apparire aggressiva, ma che, invece, ha pure
un suo messaggio di spiritualità e di speranza, che esalta i valori più veri
e più nobili della famiglia, della concordia, del lavoro; una pittura che non
si riduce mai a vago e teorico accademismo, ma è sempre programma e proposta;
una proposta che emerge impetuosa anche dalla robustezza del tratto,
dalla consistenza materica del linguaggio pittorico, dalla drammaticità del
disegno; proposta di una società più umana e più solidale. Melluso porta in
questa pittura tutta la carica della sua giovinezza e della sua tradizione
culturale: una serie di componenti che gli permetterà di fare molti
progressi.
Susa,
gennaio 1984 -
G. Ferrero
Biografia
e personalità artistica
di
Antonio Oberti
Domenico
Melluso è nato nel 1947 a Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento.
Emigrato giovanissimo a Torino, nella capitale subalpina vive e opera in Lungo
Dora Liguria, 68.
La
quintessenza del suo credo pittorico è la ricerca di una costruzione di forme
aggressive e vigorose, di una disciplina nella stesura cromatica nello stesso
tempo istintiva, di fortissima intuizione.
Domenico
Melluso, naturalmente, comprende che le violente accensioni coloristiche non
possono incontrare il favore di molti, che il «suo» colore può anche urtare
la suscettibilità del fruitore.
Non
se ne fa un problema. La sua è un'emozione primigenia, ammette, e come tale
altamente drammatica nella sua stessa intensità perché drammatico è il
mondo: la vita grama della sua terra natale, quella degli anziani abbandonati
al loro destino di solitudine e di morte, dei drogati vaganti con sguardo
allucinato per le vie della città.
Si
può affermare che in pittura Domenico Melluso a modo suo e da solo ha risolto
i suoi problemi: un fare e disfare, un liberarsi da ogni debolezza pittorica
per essere se stesso. Le conoscenze utili: quelle dei grandi maestri
dell'espressionismo, la forza graffiante e urlante di Edvard Munch. Solo per
l'incisione, è naturale, e per l'acquaforte, ha seguito una scuola di
grafica, quella dello Studio-laboratorio di Corso Giovanni Lanza, 105 a
Torino.
Eccolo
dunque pittore, disposto a scavare nella figura e nel paesaggio, nel pathos
della sua terra natale. Una ridda di immagini dolenti, dominate dal destino,
impastate di decadenza (i drogati), immuni di ogni decoratività in ultima
analisi esteriore.
Domenico
Melluso sfalda la materia e la ricompone in essere e in divenire attimo per
attimo, completamente. Ed è una partecipazione, lasciatemelo dire, assoluta e
sofferta, di anima e di corpo:
Una
vita di forme e di situazioni emblematiche che segna lo svolgersi di una
sintassi figurativa semanticamente complessa, dinamica, fenomenica.
Non
ci pare poco poter affermare che tutte le sue composizioni so no una continua
e ansiosa sperimentazione, un modo sensitivo per coinvolgere il fruitore nel
suo mondo interiore: figure e paesaggi
sospesi
tra la plasticità possessiva e assorbente e le segrete illusioni e
afflizioni, tra il mondo terreno e l'ultrasensibile. Ed essendo per lui la
realtà visiva ispirazione, impulso, gusto moderno, egli sembra godere delle
sue riflessioni in modo epidermico, godere di averle previste e scritte con la
spatolata, di ingaggiarle, stimolarle, stilizzarle. Da parecchi anni. Così i
suoi dipinti diventano ognora più incisivi, con toni sempre più al limite
dell'intimismo.
Tutto
questo è una rivelazione o una rivalutazione? Non ha importanza, crediamo.
Perché Melluso tiene fede ad una sua qualità di fondo, alla sua particolare
predisposizione alla ricerca, rivela l'impegno e la volontà dell'uomo e del
pittore a rendere pregnante la presenza di un colore e di un segno: nordici
accordi cromatici dominati dai toni freddi, alternati da vigorosi toni caldi.
Per accentuare, come abbiamo appena accennato, il contenuto drammatico del
dipinto.
(Antonio
Oberti)
Biography
and artistic personality
Domenico
Melluso was burn in 1947 in Palma di Montechiaro, in the province of
Agrigento. Having emigrated at a very young age to Turin, he lives and works
in the Subalpine capital in Lungo Dora Liguria 68.
The
quintessence of his pictorial credo is research
into the construction of aggressive, vigorous form, into discipline of
chromatic scansion that it at the same time instinctive, and strongly
intuitive.
Domenico
Melluso, of course, understands that his violent ascensions of colour cannot
find favour with many people, that “his” colour may offend the
sensibilities of the spectator. This is not a problem. His is a primary
emotion, hi admits, and as such is highly dramatic in its very intensity
because the world is dramatic: the wretched life of his native region, that of
the old left to their destiny of toneliness and death, of the wandering
drug-addicts with hallucinated gaze along the city streets. It can be stated
that Domenico Melluso, alone and in his own way, has resolved his problems: a
making and unmaking, a liberation from every pictorial weakness to be himself.
Knowledge useful to him: the great expressionist masters, the scratching,
shouting force of Edvard Munch. For engraving only, as is natural, and for
acquatints, he followed a graphics course at the Studio-Laboratorio in corso
Giovanni Lanza 105 in Turin.
Here
he is therefore as a painter, ready to dig within figure and landscape, the
pathos of his native region. A regiving of painful images, dominated by
destiny, impastoed with decadence (the drugaddicts), immune to anything of a
decorative nature in external analysis.
Domenico
Melluso scales off the material and recomposes it into
being
and becoming, moment by moment, completely. It is, let us
say,
an absolute, pain filled participativeness, of mind and body: a life of forms
and emblematic situations that shows the development of a figurative syntax
that is semantically complex, dynamic and phenomenal.
We
do not feel it is a little thing to be able to state that all his compositions
are continuous, anxious experimentation, a sensitive means to involve the
spectator in his inner world: figures and landscapes suspended between
possessive, absorbent plasticity and secret illusions and afflictions, between
the earthly world and the ultrasensitive. And since inspiration, impulse and
modern taste is visual reality for him, he seems to enjoy his reflections in
an epidermic manner, enjoy having foreseen and written them with the spatula,
having enlisted them, stimulated them and stylised them. For several years.
Thus his paintings become ever more incisive, with tones that are always
nearer the limit of intimism.
Is
all this a revelation or a re-evaluation? It is not important, we believe.
Because Melluso maintains faith with his own basic quality, with his special
predisposition for research, he reveals the commitment and will of a man and
painter to make the presence of colour and sign a thing of moment: Nordic
chromatic accords dominated by cold tones, alternating with vigorous warm hues.
To accentuate, as we have already said, the dramatic content of the painting.
(Antonio
Oberti)
Er
ist in Palma di Montechiaro (Agrigento) geboren, aber wohnt u. arbeitet in
turin. Er malt u. zeichnet. Seine beste Oper ist (Cristo) von 1971. In dieser
Oper sieht man eindeutig, dass der Christ ein Mensch ist u. nicht ein Gott.
Giese Darstellung ist Tragich u. Dramatich.
Melluso
dessine et peint depuis de longeus années. Le tournant essentiel de son
oeuvre se situe en 1971, avec la représentasion, d’une extraordinaire
intensité dramatique d’une Christ.
Pensiero
sull'arte
«E
vera arte la natura, in quanto amalgama, delimita e segretamente va oltre
l'universo con forze ed energie destinate a rimanere sconosciute nonostante
l'uomo si consumi giorno dopo giorno nello sforzo di comprenderla,
attribuendole regole e regole di riferimento. La stessa natura, racchiusa in
tutti noi, viene poi esternata e rappresentata in innumerevoli modi con la
pretesa che il risultato possa definirsi arte».
Pensiero
sulla vita
«Avere
la certezza di poter. stringere tante, tantissime mani, salutare ed essere
salutati, amare ed essere amati. Non aver paura dell'ombra perché generata
dalla luce che noi stessi desideriamo ed invochiamo come fonte di speranza e
di vita».
D'apres
Toulouse Lautrec
di
Vittorio Bottino
Henry
Toulouse-Lautrec Monfe (1864 - 1901) fu l'interprete dei cabaret Parigini
della "belle epoque" tra Montmartre e Montparnasse. Fu il creatore
del moderno cartellone litografico pubblicitario. Ma oggi non dobbiamo parlare
di uno dei più fulgidi maestri del periodo fine ottocento primo novecento
(anche se solo un anno lo fece entrare nel nostro secolo morendo a 37 anni
minato dall'alcolismo) bensì di una mostra che Domenico Melluso, siciliano di
Palma di Montechiaro provincia di Agrigento, emigrato a Torino nel 1952, ha
dedicato a Toulouse-Lautrec a centoventi anni dalla sua morte.
Prendendo
a piene mani da fotografie, quadri, litografie, con una propria
interpretazione (che si avvale spesso di inserimenti dal « vero»), Melluso
ha ricostruito l'artista parigino attraverso un itinerario che diventa, per il
soggetto preso in prestito, davvero suggestivo.
Le
prigioniere di rue des Moulin, Ballo al Moulin Rouge, Cavalli sul palcoscenico
con le calze nere, ... Toulouse al bar o nell'atelier, lo stesso maestro
vestito da giapponese, la solitudine nel bistrò, primi piani, nudi, contrasti
con la sua figura e le donne che aveva 1` conosciuto L'amico editore e la
modella Carmen Godet la rossa, danze ancora. Poi due documenti: Toulouse
copiato da una foto ripresa pochi giorni dalla dipartita, ed il piccolo Henry
a pochi anni. I disegni di Melluso (tecnica mista con china, pastello e
qualche colpo di tempera) snodano ancora storie di quell'epoca magica.
Che
cosa esiste di Melluso nella mostra? Certamente parecchio a cominciare dalla
ricerca sino all'omaggio devozionale. Il pittore siculo non intende ne
dipingere e neppure pensare come Toulouse Lautrec, soltanto dedicare al
"suo" pittore qualche cosa di proprio, come rivisitare un'epoca
gloriosa e farne un sunto.
Rassegna
nella Rosaria Arte Gallery (C. San Maurizio 53 - Torino).
Vittorio
Bottino |
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Guardando le Langhe
TG4 Notizie (Telecupole - Cinquestelle)
servizio di Beppe La vela |
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Ci sono vari modi per guardare le Langhe, quello
del pittore Domenico Melluso, agrigentino ma residente a Torino da anni, è
senza dubbio particolare e ancora più originale, anche perchè le
percezioni, le sensazioni, i sussulti vengono riproposti sotto forma di
pittura, come si può notare da queste opere esposte fino al 21 novembre alla
galleria d'arte moderna "ARTEINCORNICE"
di Via Vanchiglia a Torino.
Sono quadri assai incisivi: le distese, i campi,
le colline rivivono con toni e colori e trasmettono quella sensazione di
tiepido progredire dalle azioni dei contadini dal nascere al calare del sole.
E per Melluso, che ricordiamo quale Autore del
drappo del palio di Alba di quest'anno (1989), tutta questa malinconica
continuità torna a vivere e ad assumere caratteri nuovi, i più veri, più
dinamici.
Un dialogo continuo che si vede dai colori, dal
loro spessore e dal rapporto tra questi e l'autore, ma un dialogo che
continua anche lontano dai campi e dalle distese e che sfocia in un banchetto
con un bicchiere di vino e le mani che si alzano per brindare, ma sempre
guardando le Langhe.
16 novembre 1989 ore 12,40 - TG4 notizie
(TELECUPOLE - CINQUESTELLE)
Servizio di Beppe La Vela - riprese e
montaggio Gualtiero Francese
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18
gennaio 2001
TORINOSERA SPETTACOLO
e CULTURA
Fino
al prossimo 27 gennaio sono in mostra le opere di Domenico Melluso
Arteincornice,
sfilata di paesaggi
Sulla
tela le vedute di un artista che cattura la realtà
L'arte
contemporanea ci dà diversi esempi di sperimentalismo che balzano
immediatamente all'occhio in opere di non immediata lettura (e, spesso, per
nulla facile). Altre volte, invece, l'artista esprime soprattutto il proprio
studio nella scelta dei materiali adottati. E soggetti ai quali il pubblico
ha già fatto l'abitudine, come il paesaggio, si caricano di un interesse
nuovo.
A
proposito di paesaggistica ... direbbe il simpatico tenente Colombo. A
proposito, si diceva, ecco che a Torino è approdata una nuova mostra
personale incentrata su questo genere di soggetti. Nei locali della galleria
d'arte moderna Arteincornice, in Via Vanchiglia 11/C, si può visitare
l'esposizione delle opere di Domenico Melluso. Questo pittore vive a Torino,
ma la sua arte ci porta lontano dalla metropoli e tutto ciò che vuole
mostrare è specchi d'acqua, campagna, montagne. Natura, insomma.
“Trattasi
di varianti e al tempo stesso pezzi unici di un grande puzzle di natura
[...]" spiega Manuela Cusino nel catalogo della mostra. Le marine, le
insenature, il cielo che si apre in una vallata composta di sole nubi, i
particolari dei frutti della terra, di qualche pianta, l'asprezza
di una roccia. Questi catturano l'attenzione del pittore che li riporta con
gestualità e tecnica, mescolando in alcune tavole la materia del colore ad
olio con quella del cemento: l'effetto ottenuto è carico di una pastosità
che sa di ricerca pittorica su soggetti molto sfruttati dal mondo dell'arte,
ma sempre ricchi di spunti. Soprattutto, questa loro ricorrenza dà più
motivo all'artista di studiare ed approfondire
la propria tecnica, mentre ritrae ciò che evidentemente ama. Il cammino
artistico di Melluso è costellato di mostre personali e collettive
soprattutto in Piemonte e Valle d'Aosta, nonché a Berna, in Svizzera. Ha
realizzato la copertina de "La storia dell'eroico
partigiano" di Sergio Notario (edizione Centro Studi Cultura e
Società" Torino). Le opere di Domenico Melluso possono essere visionate
anche in internet sul suo sito www.mellusodomenico.it.
Andrea
Savio
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11
gennaio 2001 – VideoNotizie (VIDEOGRUPPO)
Più
di trenta pezzi unici dedicati alla natura, uniti fino a formare un grande
puzzle di cieli, acque, insenature, promontori, cavità, distese.
Il
tutto in una mostra dell’Artista Domenico Melluso, visitabile presso la
Galleria Arteincornice di Torino, fino al 27 gennaio.
Tante
le tecniche utilizzate: colori ad olio, acrilici e cementi su masonite o su
tavola per ottenere paesaggi a perdita d’occhio. Ed ecco la “Laguna”
realizzata nel 1999; un olio su masonite.
Ogni
quadro di Domenico Melluso offre a chi lo osserva una sensazione di
appartenenza, ma anche di profonda identità: è come se la dimensione
temporale fosse rincorsa e bloccata da un tempo eterno sempre uguale.
Quadri
che dimostrano che la vita è un’isola in un oceano di solitudine dove la
natura ci viene incontro a braccia aperte invitandoci a godere della sua
bellezza.
Servizio di
Carmen Vurchio Riprese
di Paolo Stratta |
La (sua)
natura rivelata
di
Fabrizio Sargentoni
Domenico
Melluso è nato in Sicilia. Nella sua ricerca in continua evoluzione ciò che
egli ha insistentemente espresso, attraverso l'attività pittorica che lo
discerne, è la forza dell'espressione. Il colore adottato fugge entro aditi
della memoria, quelli che portano alla sua terra e, come Zefiro, egli spira
tra cielo, acqua e terra. Ardisce impetuosità d'animo, passione sapiente del
suo essere e vivere il naturale nerbo, quella spatola di nobile fattura che
accarezza superfici coriacee come la masonite e il cemento manifestando la
cocente atmosfera della landa natia nel concetto stesso di arcaica natura.
Il di lui sentimento appare
materia e, come elemento costitutivo essa, si compone
sotto
forma di Cielo (olio su masonite, 2000), reso quest'ultimo a stormo turchino
da toccate evanescenti che diventano nerborute nubi cerulee, create e mosse
con audacia impetuosa. Cavità (olio e cemento su masonite, 2000) velate
dell'ego rivestono di caparbia durezza emotiva l'Insenatura (olio e cemento
su tavola) del suo mondo: egli
anela quell'Onda (olio su masonite, 2000) in frantumi che è parte del suo
spirito e vuole per lui Riposo (olio e cemento su tavola, 2000) tra il
Promontorio (olio e cemento su masonite, 2000) di bruni e rossi massi che
sembrano staccarsi, con il peso della materia di cui li appropria, lungo i
Declivi (olio e cemento su tavola, 2000) della sua anima pittorica e poetica.
Urla il silenzio che, nello Stagno (olio su tavola, 2000) dei suoi ricordi,
galleggia vibrante tra Ninfee (olio su panforte, 2000) appena mosse dalla
corrente vitale, accorta del Torrente (olio su tela, 1999) turbinosamente
cromatico della sua tavolozza. Sussurra a noi, quindi, la veemenza del suo
voler dire, del suo poter trasmettere, del suo consapevole saper ascoltare. Come
il Lago (olio su tela, 2000) delle nostre emozioni contiene tra i suoi argini
volubili ed inquiete necessità, ecco che Domenico Melluso riesce ad
ascoltarci poiché anzitutto ascolta se stesso e ci rivela il percorso che
occorre seguire, attraverso corsi d'acqua o rigagnoli, verso la Laguna (olio
su masonite, 1999) che abbraccia la sua Isola (olio e cemento su tavola,
2000) nella quale, se ci addentrassimo intimamente, potremmo trovare la sua
natura.
Gennaio
2001
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