Arcaicità ed espressionismo nell'opera di Domenico Melluso

di Aldo Spinardi - settembre 1983

Il "Cristo" di Domenico Melluso è del 1971; l'artista siciliano, torinese di adozione, in quanto si è trasferito in Piemonte nel 1952, all'età di cinque anni, si può dire che abbia dipinto da sempre: i quaderni delle scuole elementari che egli conserva gelosamente sono zeppi di schizzi ed i  rimproveri, talvolta benevoli, fioccavano in quel tempo, senza tuttavia frenare la sua ansia, la sua naturale tendenza a " scrivere " per immagini; analoghi episodi si ripetevano, successivamente, durante le lezioni di matematica alla scuola media ed il suo bersaglio o, meglio, il suo modello, era il professore della materia.

Da sempre, quindi, Domenico Melluso schizza disegna dipinge.

Ma noi crediamo che la pietra miliare del suo iter artistico sia rappresentata proprio dal suo " Cristo " del 1971: gli occhi incavati, il volto scolpito come una scultura in legno, con la sgorbia, la barba nera, folta, un grande solco di color rosso, la bocca; è l'immagine della sofferenza umana e indubbiamente qui Cristo è piuttosto uomo che Dio, anche se l'artista non vuole mettere in dubbio la sua natura divina; e, certamente, la sua figura ha molti punti di contatto, presenta più di un'analogia con il suo compagno di sofferenze al quale assicura il regno dei cieli.

Un'immagine vigorosa, di chiara impronta espressionistica, che si collega tuttavia ai Cristi proto cristiani, ai Crocefissi dei primi secoli.

E l'immagine del "drogato", la pupilla dilatata, il setto nasale pronunciato, che sembra salire al cervello, è strettamente collegato, non soltanto per il colore, che dal rosso amaranto confluisce nel bruno, ma per la sua intensa drammaticità, con quel Cristo dipinto almeno una decina d'anni prima: è su questo filo, che si può definire tragico, che si svolge la tematica di chiara impronta esistenziale scelta da Domenico Melluso; indubbiamente, anche se egli ha trascorso la sua infanzia e la sua adolescenza a Torino, lontano dal suo paese natale, Palma di Montechiaro, nella provincia agrigentina, le "radici" hanno il loro peso. Non soltanto perché ognuno di noi reca nell'animo, nel suo intimo, le immagini che sono legate ad una tradizione che si è arricchita nel corso dei secoli, ma perché l'uomo della città, anche se in apparenza più colto, più educato, più conformista, meno rozzo, non soltanto porta con se, irrisolti, i problemi proprii della sua terra d'origine, della sua gente, ma li vede moltiplicati perché gli manca proprio quel terreno essenziale che è la campagna, i campi, gli alberi, i fiori, gli animali. colore, che dal rosso amaranto confluisce nel bruno, ma per la sua intensa drammaticità, con quel Cristo dipinto almeno una decina d'anni prima: è su questo filo, che si può definire tragico, che si svolge la tematica di chiara impronta esistenziale scelta da Domenico Melluso; indubbiamente, anche se egli ha trascorso la sua infanzia e la sua adolescenza a Torino, lontano dal suo paese natale, Palma di Montechiaro, nella provincia agrigentina, le "radici" hanno il loro peso. Non soltanto perché ognuno di noi reca nell'animo, nel suo intimo, le immagini che sono legate ad una tradizione che si è arricchita nel corso dei secoli, ma perché l'uomo della città, anche se in apparenza più colto, più educato, più conformista, meno rozzo, non soltanto porta con se, irrisolti, i problemi proprii della sua terra d'origine, della sua gente, ma li vede moltiplicati perché gli manca proprio quel terreno essenziale che è la campagna, i campi, gli alberi, i fiori, gli animali.

Domenico Melluso approfondisce questo concetto sia simbolicamente sia formalmente in "Simbiosi": una figura femminile prona, dai tratti rudi, vigorosi, in primo piano, il viso color del mare e del cielo, le mammelle come piccoli vulcani, si fonde e si confonde con la terra. È un concetto forse non nuovo nella pittura dei secoli più recenti, ma è indubbio che Domenico Melluso, non soltanto perché colloca il suo personaggio sulla rena, vicino al mare, ma perché materializza il simbolo con tratti aggressivi, si allontana dalla figurazione di altri artisti, pur validissimi, che si limitano a conferire alle colline, alle groppe, ai mammelloni una lontana sembianza di donna.

La figura femminile entra di prepotenza nella tematica di Domenico Melluso fin dagli inizi della sua carriera artistica con il "Nudo verde", di aspetto chiaramente simbolista, le gocce filiformi della pioggia che possono significare purificazione e pudore al tempo stesso, attenuando la nudità del "Nudo verde", di aspetto chiaramente simbolista, le gocce filiformi della pioggia che possono significare purificazione e pudore al tempo stesso, attenuando la nudità del soggetto.

 

Più avanti, con "Nudo rosa", nel quale possiamo leggere una indiretta influenza picassiana, ci troviamo di fronte ad un gruppo di nudi femminili stilizzati, in diversi colori, dall'azzurro al verde seppia, al rosa, in cui prevalgono i valori compositivi e l'elemento geometrico, ciò che notiamo anche in altri dipinti, come nota costante. La diversità dei colori, indubbiamente, non è soltanto di natura cromatica, ma vuole indicare la pluralità dei problemi da cui sono assillate le donne presenti nel gruppo, appartenenti ad una famiglia o ad una comunità; non solo, la loro collocazione su piani intersecantisi, obliqui o verticali od orizzontali, può far pensare ad un mondo costruito sulla sofferenza, anche se non vi regna il disordine e l'ambiguità. prevalgono i valori compositivi e l'elemento geometrico, ciò che notiamo anche in altri dipinti, come nota costante. La diversità dei colori, indubbiamente, non è soltanto di natura cromatica, ma vuole indicare la pluralità dei problemi da cui sono assillate le donne presenti nel gruppo, appartenenti ad una famiglia o ad una comunità; non solo, la loro collocazione su piani intersecantisi, obliqui o verticali od orizzontali, può far pensare ad un mondo costruito sulla sofferenza, anche se non vi regna il disordine e l'ambiguità.

Anche nei giochi dei bambini (gioco di bambole) già si preannuncia l'animosità, la conflittualità della stagione adulta: su d’un terreno dai toni scuri, tristi, due fanciulle appaiono in contrasto per il possesso di una bambola, mentre un'altra poupée sembra librata a mezz'aria ad osservare la scena, lieta di non appartenere a questo mondo in cui le incomprensioni e le sofferenze sembrano costituire l'elemento costante. bambola, mentre un'altra poupée sembra librata a mezz'aria ad osservare la scena, lieta di non appartenere a questo mondo in cui le incomprensioni e le sofferenze sembrano costituire l'elemento costante.

 

Altre volte il nudo di donna si inserisce nel paesaggio in modo tale da non distinguersi dal bosco, dalla natura, come possiamo rilevare in "Il sole"; ma in questo caso le linee concave e convesse che si snodano dolcemente imprimono alla figura un aspetto sereno e rasserenante, ben lungi dalla drammaticità espressa in "Simbiosi", anche se vi è leggibile un'analogia concettuale.

I problemi della maternità, dell'amore familiare, ritornano con insistenza, Cosi come in "Maternità interrotta", due volti glabri, chiara la donna e "Maternità interrotta", due volti glabri, chiara la donna e verde d'aspetto l'uomo, un putto in pietra sulla sedia di paglia, l'immagine del figliolo atteso, che non ha potuto vedere la luce. Se quello odierno si potrebbe definire il periodo dei concepimenti non portati a termine contro le stesse leggi della natura, è pur vero che molte famiglie, cristiane o no, vivono un dramma profondo se il destino non concede loro dei figli, dramma che soltanto raramente si risolve con l'acquisizione di figli adottivi. L'espressione di questi genitori mancati, volti impietriti dal dolore, il capo raso, senza capelli, proprio per esaltare questa loro grande pena, è rivelatrice dei loro profondi sentimenti. verde d'aspetto l'uomo, un putto in pietra sulla sedia di paglia, l'immagine del figliolo atteso, che non ha potuto vedere la luce. Se quello odierno si potrebbe definire il periodo dei concepimenti non portati a termine contro le stesse leggi della natura, è pur vero che molte famiglie, cristiane o no, vivono un dramma profondo se il destino non concede loro dei figli, dramma che soltanto raramente si risolve con l'acquisizione di figli adottivi. L'espressione di questi genitori mancati, volti impietriti dal dolore, il capo raso, senza capelli, proprio per esaltare questa loro grande pena, è rivelatrice dei loro profondi sentimenti.

Con l'opera  "Continuità", due coniugi avanti negli anni, scheletriti, dall'aspetto tutt'altro che gradevole, l'autore, che sviluppa costantemente, con estrema coerenza, un suo discorso di natura eminentemente etica, collegato con la conoscenza non superficiale della psicologia umana, vuol dimostrare come nell'età avanzata l'uomo e la donna abbiano sempre più bisogno uno dell'altro e quindi non si possa mai parlare di inutilità o di fallimento dell'istituto del matrimonio.

La drammaticità che spesso leggiamo sui volti dei personaggi di Domenico Melluso si rileva anche nei suoi paesaggi, come in questo "Paesaggio siciliano", con la strada tumultuante in primo piano, dai toni azzurri, incandescenti, e l'aranceto, quasi un bosco indiavolato dove gli alberi sembrano danzare un tragico "sabba".

Anche se dall'isola mediterranea ci trasferiamo al settentrione, sulle montagne del Piemonte, gli alberi consentano un'analoga drammaticità: si innalzano verso il cielo con le loro masse scure (inverno), non per contestare ma per accettare il loro destino, il vento, la bufera, la tempesta, come gli uomini e le donne di questo mondo il cui avvenire non è diverso dal loro. (inverno), non per contestare ma per accettare il loro destino, il vento, la bufera, la tempesta, come gli uomini e le donne di questo mondo il cui avvenire non è diverso dal loro.

Un espressionismo di natura mediterranea nel quale sembra prevalere l'aggressività, ma che in effetti fa sempre riferimento ai valori dello spirito che vengono esaltati in ogni opera: dal desiderio di avere dei figlioli alla maternità, all'amore tra i coniugi che non si attenua con gli anni e con l'infermità, ma si irrobustisce come un albero che, con il passare delle stagioni, dà frutti più gustosi e abbondanti.

Questa spiritualità, sempre presente, sembra essere in contrasto con l'espressione dei personaggi che emergono da questo drammatico album, e della natura, personaggio di rilievo anch'essa, per i tratti vigorosi, incisi, ed i colori piuttosto cupi, proprii dell'espressionismo: se ci rivolgiamo all'autore egli ci confiderà che ha voluto esaltare i sentimenti non con tratti leggeri ed una cromia delicata, proprio per ribadire non la loro violenza, ma la loro forza, ed il loro valore nel tessuto umano, nella famiglia e nelle società.

Non dimentichiamo che Domenico Melluso si esprime sia con la spatola ed il pennello, sia in versi liberi;

se

e l'amaro si aggiunge all'amaro

 e l'insoddisfazione diventa noia

 malinconia

tristezza e vuoto intorno

tuttavia

vivremo dove l'ipocrisia non esiste..

quindi canta con me e inneggia alla vita eterna...

 

Torino, settembre 1983                                                                           Aldo SpinardiAldo Spinardi

                                

 

 

 

 

Der mediterrane expressionismus von Domenico Melluso  

Berna

Domenico Melluso wurde 1947 in Palma di Montechiaro, in der agrigentinischen Provinz geboren und kam, kaum fünfjährig, mit seiner Familie nach Turin.

Schon während seiner Schulzeit porträtierte er - fast unbewusst - das Gesicht des Vaters, der Familienangehörigen, der Schul- und Spielkameraden auf dem Blattrand seiner Schulhefte. Auch heute noch findet man in seiner Zeichen-

mappe viele gepflegte, klare Porträts von Kindern, Frauen, Freunden.

Man kann also sagen, dass er die Anatomie sehr gut kennt, sei es diejenige des Menschen oder auch die der Landschaft, und, wenner will, kann er sich der Form gegenüber respektvoll verhalten.

Was ihn aber anregt ist der Mensch mit seinen Problemen, seinen Aengsten, seiner Religiosität. Es sind die Leiden-schaften der Seele, die in der expressionistischen Sprache ausgedrückt werden, so stark, dass sie mit Heftigkeit explodieren und die physiognomischen Züge wie auch die Landschaft deformieren.

Von Sizilien ins Piemont, in die Schweiz oder noch weiter weg: das ist das Schicksal der Emigranten mit ihrer Last von Heimweh und Traurigkeit, mit ihren Paketen auf den Schultern und in der Hand tragen sie die nie zu vergessenden Koffern oder eher "Schachteln" aus Karton mit etwas Schnur zusammengehalten.

Wo gehen Sie hin? Dies wissen sicher diejenigen, die vor Jahren oder auch vor kurzer Zeit hierher in die Schweiz gekommen sind, aber auch diejenigen, die in das ins Abendlicht getauchte Genua oder nach Turin, zwischen die Sträucher, die Kuppel der Basilika von Superga verbergen, oder in kalte Städte des Nordens zogen.

Hier, in Bern, erwartete sie der breite, niedrige, wachsame Zeitglockenturm. Auch hier, weit weg von ihrer Heimat, haben sie immer das Bild der Heimaterde vor ihren Augen, das sich mit dem der Mutter vereint. Beides sind für sie Mütter, die Heimaterde wie die leibliche Mutter.

Domenico Melluso drückt dies aus in mediterranem Expressionismus, in welchem Traurigkeit und Angst zusammenfliessen; die Figur einer Mutter und eines Kindes aber bringen es immer zustande, uns ein Lächeln zu entreissem

           

                                                    Aldo Spinardi

   

Domenico Melluso incontra le Langhe

Aldo Spinardi

Guardando le “Langhe” di Domenico Melluso si pone subito un problema:

sono esse che hanno conquistato il pittore di origine siciliana oppure è lui che ha impresso un’impronta sua a questo terremoto di colline che, ad una certa ora del giorno, quando il sole mette a nudo ogni anfratto, penetra tra gli inguini e picchia sulle dorsali, si vergognano un po' di essere così scomposte, accavallate le une alle altre, come le pecore al pascolo quando i primi freddi si fanno sentire, ed allora si danno una pettinata, si raddrizzano le punte del colletto, stirano almeno il davanti della camicia, non tanto perché oggi è festa, quanto perché capiscono di essere osservate, ammirate.

Di certo l’artista si porta nella cesta, sulle spalle, la sua Sicilia, la sua aggressività, quell’angoscia che viene dalla tragedia greca e dai problemi che penetrano come spade nella carne della gente di oggi, vecchi e giovani.

Ma la Langa, soprattutto in, autunno, è allegra, anche se i contadini non dimenticano che la terra è bassa, chinare la schiena è fatica, e la fillossera e la guerra che periodicamente allontana dalle vigne e dai campi i giovani, coloro che sono più arditi nell'uso della zappa e del picco. E la grandine, la “tempesta” che uccide i grappoli quando già mostrano la loro carne saporosa, o bianca o d'oro o rossa.

La Langa è allegra: e Melluso si lascia conquistare.

Forse aspettava proprio questo momento.

Ma non la vede con i soliti colori dell’autunno: rosso e arancio e giallo.

No, ecco una strada tutta blu, ecco spazi suppergiù quadrangolari dove si raccoglie la luce del sole, quasi un pascolo divino.

Un privilegio?

Il sole è bizzarro, le sue lame si posano su quel terreno che più dimostra di gradirle, ma, e sopra e sotto e ai lati, altri spazi bruni, di un verde intenso, e non manca lo smeraldo e quel verde dorato da una miriade di corolle gialle.

Ma dove ha accantonato Melluso la sua abituale aggressività?

Non l’ha dimenticata nel cassetto.

E la vediamo - e qui il realismo si sposa al carattere dell’artista, a quel vulcano che gli ribolle dentro - nelle tracce nere dei filari che disegnano in parallelo l’uno e l'altro versante della collina: sono tratti vigorosi, rudi, sembrano voler raccontare tutto il loro orgoglio, ben venga la grandine, la rispediranno in cielo, ben venga la fillossera, la 1infa che vien su dalla la stritolerà tra i sali di calcare.

E i grappoli si mostrano, tra i pampini verdi, con un brivido di sensualità.

E l'aggressività, ancora, la vediamo nei dorsi a forma di capanna, negli anfratti dove si rifugia l'oscurità: la plasticità di queste Langhe fa pensare ad una scultura, non ad un dipinto ad olio.

Ed ecco la sorpresa: dalla tavola di legno si protende un altorilievo impastato in cemento, gesso, collante ed altre diavolerie; e puoi passare la mano sulla sommità delle colline, puoi seguire il corso dei rivi e l’andamento ora rettilineo, ora leggermente ondulante, dei filari.

Ed i calanchi, chiari, verticali, mostrano lo spaccato del terreno: un richiamo ai millenni, all’origine di questa crosta terrestre che ora dà buoni frutti ed ora si chiude nella sua solitudine, non vuole importuni tra le gambe.

Ritornando agli oli, qualche volta Melluso non disdegna un’affettuosa siepe decorativa: ma è un moto spontaneo, non c'è ombra di retorica.

Dobbiamo concludere: dopo gli anni dell’espressionismo più crudo e scostante, è rinato il sorriso sulle labbra di Domenico Melluso.

E l'incontro con le langhe è stato determinante.

Non possiamo che rallegrarcene.

 

Torino, 16 novembre 1989                                                                      Aldo Spinardi

GUARDANDO LE LANGHE  

di Manuela Cusino

Distese immobili, grumi di colore distesi dalla lenta ed uguale stesura dei filari, viticci attorcigliati su se stessi, vite distese sui fili del lento ma cadenzato lavorare, nei campi, sulle colline, nei casolari. . . . . . . sull'aia.

Colori che sembrano sprigionare la forza di antiche azioni, sempre uguali, sulle orme che il nascere ed il calare del sole incidono sulla pelle delle mani e dei volti dei contadini.

Rughe, pieghe e calli, la stessa rugosità materica con cui i lavori di Domenico Melluso infossano o rilassano il materiale di supporto, creando nel breve spazio di un angolo di foglio la prospettiva dei campi e delle colline langarole.

Tutto pare come fissato dalla luce dei cieli di fondo, pennellate striscianti con ovuli più chiari, occhi vividi e attenti a scrutare anche il più lieve movimento della bassa Langa. Chi sa “guardare” ha occhi per vedere anche la vita di queste sempre uguali distese.

Nelle chine acquarellate si rintraccia la stessa incisività di segno, forse con un andamento più impressionistico dove l'energia del gesto diventa guazzo nero, spazio bianco del foglio di supporto; è infatti in questo continuo dialogare tra i colori e il loro spessore materico che l'artista crea momenti d'intensa forza espressiva. Quale fatica il sentire passionale e quasi panteista di Domenico Melluso, ha dovuto accettare per farsi filtrare dalla luce apparentemente immobile dei filari sempre uguali della Langa, da quell'odore di terre intrise di zolfo, dove la presenza. umana pare bandita, ma viva, quasi dannatamente incisa sui solchi del terreno, perenne andare faticoso dei contadini, con le gerle sulle spalle e un pugno di acini d'uva in mano, quasi un'evocazione del banchetto mistico: il vino ed il pane, la vite e la terra, il sudore del peregrinare lento e costante dell'umanità.

Ma il sudore la fatica sono rinnovati nel banchetto condiviso, in un bicchiere di vino bevuto in comunità ed in una stretta di mano che sa ancora dell'antico sapore delle cose scarne, essenziali, ma vere.

Guardare per Melluso è qualcosa di più che il semplice vedere, gli occhi non bastano per scoprire il senso delle cose più semplici.

 

 

Alba, 2 OTTOBRE 1989                                                                  Manuela Cusino

 

 

 

Corsa e gioco tra luci ed ombre 

d'aprés Toulouse-Lautrec

di Manuela Cusino

Entrare nel mondo segreto di questo pittore, quasi varcare una soglia timidamente per ritrovarsi subitamente lanciati sul tavolato della scena, del palco dove l'esistenza si compie e si ricompone senza sosta al ritmo veloce di una corsa, di una danza, non importa se di gioia o di dolore, perché è qui che si celebra il rito della vita e della morte e 'tu', semplice e timido viandante, ne diventi necessariamente complice. Ma è la complicità senza ombre (... " non bisogna avere paura dell'ombra perché generata dalla luce che noi stessi desideriamo e invochiamo come fonte di speranza e di vita " - Pensiero sulla Vita di Domenico Melluso) della scoperta fraterna e non solitaria di 'se', dello spazio senza tempo in cui ci si incontra - scontra con le due più grandi 'prime donne': la VITA e la MORTE. E infatti la donna, la figura femminile ad occupare spesso e in chiave diversa, lo spazio pittorico che Melluso destina alla registrazione di questo passaggio: 'NUDO VERDE'/'NUDO ROSA'/'IL SOLE SULLA PELLE'/'RIPOSO SULLA SPIAGGIA'/ e 'INCONTRO'/'ATTESA'/'MATERNITA 'INTERROTTA'/ (anni 1970/75). Si tratta del processo di metamorfosi continua della realtà e della sua traduzione in termini pittorici.

C'è chi questo sottile filo della coscienza che parla di presenza e assenza, di povertà, non lo segue affatto, anzi lo recide o ne ha vergogna e lo tiene nascosto, quasi tesoro geloso di notti senza sonno, di interrogativi senza risposta, come accade per poeti, musicisti, anime semplici....

C'è chi pur rimanendo nell'anonimato, schivo di 'prime' senza seguito, dopo anni di lavoro -scontro con se stesso a la materia (supporto+colore) (dal '51 Melluso lavora a china, olio, pastello, matita, sperimentandosi su supporti diversissimi, tela, carta, compensato preparato con collante e tempera lavabile) viene alla ribalta.

Dapprima una presentazione quasi in sordina, forse con le 'cose' più belle e poi più personali, quelle di cui uno non si disterebbe mai.

L'artista parla di se quasi volesse vietare all'interlocutore la scoperta di qualcosa che nemmeno lui ha individuato o forse si, e per questo teme (paura di scoprirsi diversi attraverso l'altro). Per Melluso questo qualchecosa è la povertà, lo scenario, il fondale in cui la vita e la morte recitano ciascuna la propria parte.

La povertà, lama sottile, un filo teso, in equilibrio tra il 'tutto' e il 'nulla'.

Una povertà di mezzi tecnici, di materiale che per scelta e vigile cura dell'artista evita il rischio dell'appiattimento o abbrutimento a favore di un rapporto tutto 'pelle a pelle' con il supporto stesso, artigianalmente preparato, e con il colore steso per lo più a spatola nei toni bruno e del rosso amaranto.

Una povertà esistenziale, non un ripiegamento, un ricorso a valori morali tradizionali assunti anticamente e mai rivisitati (Melluso nasce nel 1947 a Palma di Montechiaro, presso Agrigento), ma il risultato ineluttabile dell'incontro - scontro col finito. In questa linea la povertà diventa partecipazione più che comprensione del reale. L'artista 'fa spazio' sulla tela alla sofferenza, a quelle DONNE del Sud che parlano del loro dolore nelle lunghe vesti scure e nelle pieghe del volto, cosi come alle giovani DONNE dei quadri 'Nudo verde','Nudo rosa', e in particolare 'Simbiosi. La ricerca, infatti, il passaggio, è sofferenza, azione consapevole del proprio limite. Afferma Melluso: "È vera arte la natura, in quanto segretamente va oltre l'universo con forze ed energie destinate a rimanere sconosciute nonostante l'uomo si consumi giorno dopo giorno nello sforzo di comprenderla... " - Accanto a queste due povertà, una terza, forse la più leggibile in questa personale, non a caso suggerita dalla ricorrenza, in data 24 novembre del centoventesimo anniversario della nascita di Toulouse Lautrec e dalla profonda vicinanza spirituale e tecnica con cui Melluso rivisita il mondo parigino del pittore: la povertà fisica. Povero è il corpo che per processo naturale invecchia, ma più povero quello menomato fisicamente magari fin dall'infanzia.

Due disastrose cadute impedirono al famoso pittore lo sviluppo degli arti inferiori e, precludendogli la vita sportiva e brillante che prediligeva, lo spinsero a dedicarsi interamente alla pittura ma con grande sensibilità, specie per la sofferenza nascosta dai lustrini delle ballerine di cancan e dai velluti e stucchi delle case di appuntamento parigine (1892 'Moulin Rouge'/1895 'La Clownesse Cha-U-Kao).

Il suo stato di uomo deforme lo aveva infatti allontanato dall'alta società, portandolo a frequentare esclusivamente l'ambiente di Montmartre: caffè - concerto, sale da ballo e teatri. In questa linea Toulouse supera la pittura impressionistica a favore di una pittura aderente alle cose che pur con stilizzazioni formali, fissa i tipi psicologicamente caratteristici di quell'umanità senza orpelli, ridotta all'osso, Cosi come alcune figure di Melluso, dei sobborghi urbani. Non diversamente accade per l'umanità di Melluso, per quella rivisitata in chiave celebrativa oggi, e per quella di sempre, per quei personaggi cosi consapevoli della propria récita (in specie i personaggi del circo).

Corsa, danza, musica, e riso, questi i segnali spia del rapporto, mediato fisicamente, tra anima e mondo, tra soggetto e oggetto. L'ambiente, lo spazio è il tavolato materico e policromatico della scena teatrale dove l'interrogativo /'uno, nessunocentomila'/ non ha ragione di porsi polche l'uomo è la sua finitudine. È questa consapevolezza e accettazione, a volte quasi ironica, di se e dei proprii limiti che traspare dal mondo figurativo di Melluso e dall'umile porsi di fronte alla forza della natura. del mistero. la poeticità del suo 'fare' pittorico

Il sarcasmo e la polemica, reazioni piuttosto diffuse nell'assurdo gioco delle parti, sono del tutto lungi dall'accettazione serena di chi come Melluso muove nuove soluzioni ad interrogativi ancora aperti.

L'uomo, come il cavallo, come ogni essere vivente non può fermarsi, ciò equivarrebbe alla morte L'artista corre, ma il suo galoppo non è frenetico e senza meta come quello di molti uomini del nostro tempo.

Manuela Cusino

   

Le prigioniere di rue des moulins        

di Manuela Cusino

Un rapporto con la materia caratterizza da sempre lo scenario e il fondale delle sperimentazioni artistiche di Domenico Melluso.

Nato a Palma di Montechiaro (AG) nel 1947, vive ed opera a Torino, lavorando dal 1961 con i materiali più diversi (china, olio, pastello, matita) e sperimentandoli su supporti quali tele, carta o compensato preparato con collante e tempera lavabile.

La figura femminile, la donna, occupa spesso, anche se in chiave diversa, lo spazio pittorico dell’artista così vicino spiritualmente e tecnicamente al mondo parigino del grande Toulous Lautrec a cui dedica nel 1984 un’intera personale, registrazione formale e psicologica di quell'umanità senza orpelli, ridotta all’osso dell'ambiente di Montmartre: caffè Concerto, sale da bal1o, teatrini e case di appuntamento.

Le "prigioniere di rue des moulins” sono consapevoli della

Propria recita ma non temono l’ombra generata “dalla luce che esse stesse invocano come fonte di speranza e di vita” (Pensiero sulla vita di Domenico Melluso).

La scena e il palco, spazi prescelti dall’artista, rappresentano metaforicamente lo spazio dove l'esistenza si compie e si ricompone senza sosta al ritmo veloce di una corsa, di una danza di gioia e di dolore. Le due più grandi “prime donne” sono infatti la VITA e la MORTE, e la sosta, il momento di sospensione non è che registrazione di questa continua metamorfosi del reale.

Melluso traduce questa filosofia in termini pittorici rimanendo fedele alla grande scoperta: la povertà (iconografica e tecnica). Una povertà del mezzo tecnico scelto per la sua valenza originaria, un materiale che per vigile cura dell’artista evita il rischio dell’appiattimento o abbruttimento a favore di un rapporto tutto “pelle a pelle” con il supporto stesso, artigianalmente preparato, e con il colore steso per lo più a spatola come nel quadro delle prigioniere, nei toni aggressivi ed espressionisti del bruno e del rosso amaranto.

Queste donne attendono qualche cosa: la libertà. Ma è un processo lungo per chi come Melluso vive l’incontro-scontro col finito, la sofferenza della coscienza che ci parla di presenza ed assenza, di volontà ed ineluttabile destino.

Questi volti e questi corpi nelle brune e bianche vesti traspirano del rapporto, mediato fisicamente, tra anima e mondo, soggetto ed oggetto, consapevolezza accettata della propria finitudine.

“Un passante s’è fermato, meravigliato, e un venditore ambulante di immagini che suona, a modo suo, sempre, il ritratto delle cose e degli esseri che l’hanno colpito. Queste cose e questi esseri sono stati anch’essi colpiti e nonostante la sua miseria, questo piccolo mondo, con tutta la sua luce, s’è fatto bello per lui.”

(Per IZIS – 1951 – Jacques Prèvert)

 

 

Manuela Cusino

Puzzle ... di natura

Galleria Arteincornice di Torino dal 10 al 27 gennaio 2000

Quando pensiamo ad un mosaico o ad una composizione aggregata il ricordo vivo è quello dell’antichita’ classica con le sue distese pavimentali mosaicate oppure quello dei medievali vetri a cattedrale ripresi anche se con soluzioni ondeggianti e sinuose ancora nell’epoca liberty. Accanto a questi ricordi vive oggi, la lezione dell’immagine digitale, dove il tassello rielaborato e rivisitato grazie ad una serie di copie del medesimo, si moltiplica, si sdoppia ricomparendo simile ma anche diverso.

E’ questa sensazione di appartenenza ma anche di profonda identità che ogni quadro di Domenico Melluso offre a chi attentamente lo osserva. Trattasi di varianti e al tempo stesso pezzi unici di un grande puzzle di natura: cieli, acque, insenature, promontori, cavità, distese …si accompagnano ad altrettanti tasselli di cieli e mari ora incisivamente definiti e fissati nella loro immobilità, ora furiosamente annuvolanti o rumoreggianti prima o dopo lo stato di quiete. E’ come se la dimensione temporale, quella del fluire ed addensarsi del tempo e della materia fosse rincorsa e bloccata da un tempo eterno, sempre uguale, dove il distendere e il fissare equivalesse ad un’operazione meditativa.

Il movimento si fissa spesso in tasselli materici e cromatici di variabile intensità tra note espressioniste e naif.

Anche la tecnica scelta dall’artista amplifica questo risultato: una tecnica mista.

Colori ad olio, acrilici e cementi su masonite o tavola, permettono di ottenere queste massellature, ora rigide e quasi turgide, in una sensualità del paesaggio che richiama forme e sinuosità femminili, ora distese e ‘a perdita d’occhio’ in un distacco emozionale e sensitivo.

Questa polarità tecnica e tematica risponde perfettamente alla personalità di Domenico Melluso e forse proprio in questi ultimi lavori la questione della tensione riemerge piu chiara e precisa di un tempo. Per l’artista si profila un periodo di attenta ricerca grazie ad una consapevolezza più forte della strada su cui condurre le future sperimentazioni.

Alcune quadri particolarmente vicini alle emozioni che una regione come quella della Sicilia, patria dell’artista, può regalare circoscrivono zone significative, come ‘Portopalo di Capo Passero’ o ‘Santa Maria del Focallo’: terre di vita aspra per lavoro e per clima in cui ogni orpello è bandito ed ogni colore, profumo, rappresentano la forza della natura. Una natura primigenia a cui l’uomo vorrebbe assomigliare e di cui Melluso rintraccia le presenze fisiognomiche in sassi, promontori o altro, ma che al tempo stesso, pur invitandoci a questa dissoluzione del nostro corpo per galleggiare o far massa con essa, ci incute paura. Accompagnano la lettura di questa mostra due brani, scelti dalla Voce del Maestro di Kahlil GIBRAN, particolarmente cari al mondo visionario-concreto di Domenico Melluso:

La vita è un’isola in un oceano di solitudine: le sue scogliere sono le speranze, i suoi alberi sono i sogni, i suoi fiori sono la vita solitaria, i suoi ruscelli sono la sete La vostra vita, uomini, miei simili, è un’isola distaccata da ogni altra isola e regione … siete sconosciuti agli altri uomini e lontani dalla loro comprensione …

La Natura ci si fa incontro a braccia aperte, invitandoci a godere della sua bellezza; ma a noi incute paura il suo silenzio, e accorriamo nelle città affollate, per ammassarci come pecore in fuga da un lupo feroce.

 

 Manuela Cusino

 

 

La storia di un uomo attraverso i suoi quadri

di Cinzia Durandetto - agosto 1985

Vagabondando nella valle in un giorno d'estate ho varcato il portoncino di una vecchia casa di Rubiana. Un manifesto: "Domenico Melluso personale di pittura".

Dentro le stanze non c'erano soltanto tele e colori, c'era una storia: non mi è ancora chiaro se sia la storia di un uomo o la storia dell'uomo, ma vorrei provare a ricostruire per voi qualche frammento.

Attori: china lavata, ecoline, pastello su carta, oppure olio lavorato come se fosse acquerello, e spatolato.

Personaggi: due prime donne d'eccezione, la vita e la morte.

Atto unico: lo scenario è il mondo. Lo sguardo spazia cogliendo immagini di ogni giorno, di sempre, alla ricerca di qualcosa da individuarsi. Gli scorci sono di una umanità ridotta all'osso; e lo sguardo indagatore non sorride. Ha una guida: l'immagine femminile.

Donna non madre, figlia, compagna: prima ancora è donna primigenia, ma attenzione, il rito non è gioioso. Femmine di ominidi soli perpetuano la triste condanna, portatrici e vittime esse stesse. L'occhio si assuefa al dramma, il fatalismo guadagna terreno. E la donna si fa specchio, causa e oggetto della metamorfosi continua della realtà e del perenne compiersi e ricomporsi del dramma primordiale della solitudine umana, della condizione umana, della miseria che vi è nell'essere.

Ora si capisce anche quanto è narrato senza la donna, con il Cristo protocristiano, per esempio. E le immagini si fanno flash che si susseguono freneticamente: una donna alla finestra guarda il trascorrere del tempo e aspetta, donne Madri di figli morti in guerra, donne in simbiosi con la terra, con l'universo, donna prostituta schiava di se e della vita, donna feconda madre del proprio compagno come dell'intera umanità e di se stessa. Donna sola.

Anche nella serie celebrativa di Henry De Toulouse-Lautrec  l'eros si scava una nicchia in questa girandola di sequenze che non si capisce se proiettino lo spettatore in alto, al di sopra della realtà che non coglie più per  averla sempre davanti, o in basso, al di sotto, dentro l'animo umano, dentro l'animo di chi ha varcato quel portoncino.

 ì cala;

Me ne sono andata a malincuore. Avrei voluto sapere se, dopo quest'atto unico potessi sperare in un epilogo chiarificatore sul senso della vita, ma gli occhi di Melluso sembravano lo specchio dei miei.

 

Agosto 1985  - Cinzia Durandetto

 

Le Langhe di Domenico Melluso

frammenti del quotidiano

di Giorgio Borio - novembre 1989

Le movimentate immagini di quella parte di Piemonte, note come Langhe hanno influenzato pittori e poeti: anche Domenico Melluso ne ha fornito una personale interpretazione che viene ora presentata presso la galleria Arteincornice ( Sala Incontri) in via Vanchiglia 11/c Torino. Sono frammenti d'una natura vivace in cui il pittore spazia con evidente autonomia: il degradare delle colline, i fianchi impreziositi dai filari, i calanchi, i solari angoli d'una natura irrepetibile confluiscono in dipinti e chine ove il vero e la creatività si fondano in una dualità celebrativa.

Quello di Melluso è un modus pittorico prossimo al vero con inserimenti che si installano in quell'ampio panorama espressivo prossimo all'espressionismo. Pittura mentale che basa la sua esistenza su un profondo e calibrato rapporto fra gli occhi ed il cuore; nell'immediatezza del gesto che crea si avverte una dinamica capacità di scoprire, il "nuovo" in un mondo, in un paesaggio cementato dai millenni

 Giorgio Borio

Berna - 17/31 marzo 1984

A Berna,  tra le attività culturali di questo mese,c’è da segnalare la mostra personale di pittura di Domenico Melluso alla Casa d’Italia, che è stata inaugurata sabato scorso.

Domenico Melluso è nato in Sicilia ma vive a Torino da molto tempo: nonostante questo la sua pittura trova le sue radici nella lontana terra d’origine e non tanto nei temi, quanto piuttosto nel modo di affrontarli, perché profonde rughe solcano i volti delle sue figure e della terra, quasi a voler celebrare il dramma di sempre e che sempre si ripete.

L’esposizione potrà essere visitata fino al 31 marzo prossimo.

 

Saro Marretta

Domenico Melluso all'Archivolto
di Mons. G. Ferrero - gennaio 1984

Una pittura tremendamente esistenziale e profondamente drammatica quella che il giovane Domenico Melluso espone nelle sale dell'Archivolto: una pittura dove segno e colore si fondono in visioni di una realtà angosciosa, drammatica a volte addirittura allucinante, ma tradotta sempre con un linguaggio artistico di non comune livello Sono quei volti, veri o idealizzati, aggressivi o rassegnati, che gridano il dramma di una gente e di una esistenza, ma gridano anche la speranza e la volontà di un domani migliore; sono quei paesaggi siciliani che ricordano al Melluso gli anni della prima infanzia quei paesaggi vivi di colori incandescenti di forme tormentate, di riflessi assolati; paesaggi di sereno e di tempesta; di calma e di bufera: una realtà di sempre. Una pittura che all'apparenza potrebbe anche apparire aggressiva, ma che, invece, ha pure un suo messaggio di spiritualità e di speranza, che esalta i valori più veri e più nobili della famiglia, della concordia, del lavoro; una pittura che non si riduce mai a vago e teorico accademismo, ma è sempre programma e proposta; una proposta che emerge impetuosa anche dalla robustezza del tratto,  dalla consistenza materica del linguaggio pittorico, dalla drammaticità del disegno; proposta di una società più umana e più solidale. Melluso porta in questa pittura tutta la carica della sua giovinezza e della sua tradizione culturale: una serie di componenti che gli permetterà di fare molti progressi.

 

Susa, gennaio 1984  -  G. Ferrero

 

 

Biografia e personalità artistica  

di Antonio Oberti

Domenico Melluso è nato nel 1947 a Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento. Emigrato giovanissimo a Torino, nella capitale subalpina vive e opera in Lungo Dora Liguria, 68.

La quintessenza del suo credo pittorico è la ricerca di una costruzione di forme aggressive e vigorose, di una disciplina nella stesura cromatica nello stesso tempo istintiva, di fortissima intuizione.

Domenico Melluso, naturalmente, comprende che le violente accensioni coloristiche non possono incontrare il favore di molti, che il «suo» colore può anche urtare la suscettibilità del fruitore.

Non se ne fa un problema. La sua è un'emozione primigenia, ammette, e come tale altamente drammatica nella sua stessa intensità perché drammatico è il mondo: la vita grama della sua terra natale, quella degli anziani abbandonati al loro destino di solitudine e di morte, dei drogati vaganti con sguardo allucinato per le vie della città.

Si può affermare che in pittura Domenico Melluso a modo suo e da solo ha risolto i suoi problemi: un fare e disfare, un liberarsi da ogni debolezza pittorica per essere se stesso. Le conoscenze utili: quelle dei grandi maestri dell'espressionismo, la forza graffiante e urlante di Edvard Munch. Solo per l'incisione, è naturale, e per l'acquaforte, ha seguito una scuola di grafica, quella dello Studio-laboratorio di Corso Giovanni Lanza, 105 a Torino.

Eccolo dunque pittore, disposto a scavare nella figura e nel paesaggio, nel pathos della sua terra natale. Una ridda di immagini dolenti, dominate dal destino, impastate di decadenza (i drogati), immuni di ogni decoratività in ultima analisi esteriore.

Domenico Melluso sfalda la materia e la ricompone in essere e in divenire attimo per attimo, completamente. Ed è una partecipazione, lasciatemelo dire, assoluta e sofferta, di anima e di corpo:

Una vita di forme e di situazioni emblematiche che segna lo svolgersi di una sintassi figurativa semanticamente complessa, dinamica, fenomenica.

Non ci pare poco poter affermare che tutte le sue composizioni so no una continua e ansiosa sperimentazione, un modo sensitivo per coinvolgere il fruitore nel suo mondo interiore: figure e paesaggi

sospesi tra la plasticità possessiva e assorbente e le segrete illusioni e afflizioni, tra il mondo terreno e l'ultrasensibile. Ed essendo per lui la realtà visiva ispirazione, impulso, gusto moderno, egli sembra godere delle sue riflessioni in modo epidermico, godere di averle previste e scritte con la spatolata, di ingaggiarle, stimolarle, stilizzarle. Da parecchi anni. Così i suoi dipinti diventano ognora più incisivi, con toni sempre più al limite dell'intimismo.

Tutto questo è una rivelazione o una rivalutazione? Non ha importanza, crediamo. Perché Melluso tiene fede ad una sua qualità di fondo, alla sua particolare predisposizione alla ricerca, rivela l'impegno e la volontà dell'uomo e del pittore a rendere pregnante la presenza di un colore e di un segno: nordici accordi cromatici dominati dai toni freddi, alternati da vigorosi toni caldi. Per accentuare, come abbiamo appena accennato, il contenuto drammatico del dipinto.

(Antonio Oberti)

 

Biography and artistic personality

Domenico Melluso was burn in 1947 in Palma di Montechiaro, in the province of Agrigento. Having emigrated at a very young age to Turin, he lives and works in the Subalpine capital in Lungo Dora Liguria 68.

The quintessence of his pictorial credo is  research into the construction of aggressive, vigorous form, into discipline of chromatic scansion that it at the same time instinctive, and strongly intuitive.

Domenico Melluso, of course, understands that his violent ascensions of colour cannot find favour with many people, that “his” colour may offend the sensibilities of the spectator. This is not a problem. His is a primary emotion, hi admits, and as such is highly dramatic in its very intensity because the world is dramatic: the wretched life of his native region, that of the old left to their destiny of toneliness and death, of the wandering drug-addicts with hallucinated gaze along the city streets. It can be stated that Domenico Melluso, alone and in his own way, has resolved his problems: a making and unmaking, a liberation from every pictorial weakness to be himself. Knowledge useful to him: the great expressionist masters, the scratching, shouting force of Edvard Munch. For engraving only, as is natural, and for acquatints, he followed a graphics course at the Studio-Laboratorio in corso Giovanni Lanza 105 in Turin.

Here he is therefore as a painter, ready to dig within figure and landscape, the pathos of his native region. A regiving of painful images, dominated by destiny, impastoed with decadence (the drugaddicts), immune to anything of a decorative nature in external analysis.

Domenico Melluso scales off the material and recomposes it into

being and becoming, moment by moment, completely. It is, let us

say, an absolute, pain filled participativeness, of mind and body: a life of forms and emblematic situations that shows the development of a figurative syntax that is semantically complex, dynamic and phenomenal.

We do not feel it is a little thing to be able to state that all his compositions are continuous, anxious experimentation, a sensitive means to involve the spectator in his inner world: figures and landscapes suspended between possessive, absorbent plasticity and secret illusions and afflictions, between the earthly world and the ultrasensitive. And since inspiration, impulse and modern taste is visual reality for him, he seems to enjoy his reflections in an epidermic manner, enjoy having foreseen and written them with the spatula, having enlisted them, stimulated them and stylised them. For several years. Thus his paintings become ever more incisive, with tones that are always nearer the limit of intimism.

Is all this a revelation or a re-evaluation? It is not important, we believe. Because Melluso maintains faith with his own basic quality, with his special predisposition for research, he reveals the commitment and will of a man and painter to make the presence of colour and sign a thing of moment: Nordic chromatic accords dominated by cold tones, alternating with vigorous warm hues. To accentuate, as we have already said, the dramatic content of the painting.

 

(Antonio Oberti)

 

Er ist in Palma di Montechiaro (Agrigento) geboren, aber wohnt u. arbeitet in turin. Er malt u. zeichnet. Seine beste Oper ist (Cristo) von 1971. In dieser Oper sieht man eindeutig, dass der Christ ein Mensch ist u. nicht ein Gott. Giese Darstellung ist Tragich u. Dramatich.

 

Melluso dessine et peint depuis de longeus années. Le tournant essentiel de son oeuvre se situe en 1971, avec la représentasion, d’une extraordinaire intensité dramatique d’une Christ.

 

Pensiero sull'arte

«E vera arte la natura, in quanto amalgama, delimita e segretamente va oltre l'universo con forze ed energie destinate a rimanere sconosciute nonostante l'uomo si consumi giorno dopo giorno nello sforzo di comprenderla, attribuendole regole e regole di riferimento. La stessa natura, racchiusa in tutti noi, viene poi esternata e rappresentata in innumerevoli modi con la pretesa che il risultato possa definirsi arte».

 

Pensiero sulla vita

«Avere la certezza di poter. stringere tante, tantissime mani, salutare ed essere salutati, amare ed essere amati. Non aver paura dell'ombra perché generata dalla luce che noi stessi desideriamo ed invochiamo come fonte di speranza e di vita».

 

D'apres Toulouse Lautrec

di Vittorio Bottino

Henry Toulouse-Lautrec Monfe (1864 - 1901) fu l'interprete dei cabaret Parigini della "belle epoque" tra Montmartre e Montparnasse. Fu il creatore del moderno cartellone litografico pubblicitario. Ma oggi non dobbiamo parlare di uno dei più fulgidi maestri del periodo fine ottocento primo novecento (anche se solo un anno lo fece entrare nel nostro secolo morendo a 37 anni minato dall'alcolismo) bensì di una mostra che Domenico Melluso, siciliano di Palma di Montechiaro provincia di Agrigento, emigrato a Torino nel 1952, ha dedicato a Toulouse-Lautrec a centoventi anni dalla sua morte.

Prendendo a piene mani da fotografie, quadri, litografie, con una propria interpretazione (che si avvale spesso di inserimenti dal « vero»), Melluso ha ricostruito l'artista parigino attraverso un itinerario che diventa, per il soggetto preso in prestito, davvero suggestivo.

Le prigioniere di rue des Moulin, Ballo al Moulin Rouge, Cavalli sul palcoscenico con le calze nere, ... Toulouse al bar o nell'atelier, lo stesso maestro vestito da giapponese, la solitudine nel bistrò, primi piani, nudi, contrasti con la sua figura e le donne che aveva 1` conosciuto L'amico editore e la modella Carmen Godet la rossa, danze ancora. Poi due documenti: Toulouse copiato da una foto ripresa pochi giorni dalla dipartita, ed il piccolo Henry a pochi anni. I disegni di Melluso (tecnica mista con china, pastello e qualche colpo di tempera) snodano ancora storie di quell'epoca magica.

Che cosa esiste di Melluso nella mostra? Certamente parecchio a cominciare dalla ricerca sino all'omaggio devozionale. Il pittore siculo non intende ne dipingere e neppure pensare come Toulouse Lautrec, soltanto dedicare al "suo" pittore qualche cosa di proprio, come rivisitare un'epoca gloriosa e farne un sunto.

Rassegna nella Rosaria Arte Gallery (C. San Maurizio 53 - Torino).

Vittorio Bottino

Guardando le Langhe

TG4 Notizie (Telecupole - Cinquestelle) servizio di Beppe La vela

Ci sono vari modi per guardare le Langhe, quello del pittore Domenico Melluso, agrigentino ma residente a Torino da anni, è senza dubbio particolare e ancora più originale, anche perchè le percezioni, le sensazioni, i sussulti vengono riproposti sotto forma di pittura, come si può notare da queste opere esposte fino al 21 novembre alla galleria d'arte moderna "ARTEINCORNICE" di Via Vanchiglia a Torino.

Sono quadri assai incisivi: le distese, i campi, le colline rivivono con toni e colori e trasmettono quella sensazione di tiepido progredire dalle azioni dei contadini dal nascere al calare del sole.

E per Melluso, che ricordiamo quale Autore del drappo del palio di Alba di quest'anno (1989), tutta questa malinconica continuità torna a vivere e ad assumere caratteri nuovi, i più veri, più dinamici.

Un dialogo continuo che si vede dai colori, dal loro spessore e dal rapporto tra questi e l'autore, ma un dialogo che continua anche lontano dai campi e dalle distese e che sfocia in un banchetto con un bicchiere di vino e le mani che si alzano per brindare, ma sempre guardando le Langhe.

 

16 novembre 1989 ore 12,40 - TG4 notizie (TELECUPOLE - CINQUESTELLE)

Servizio di Beppe La Vela - riprese e montaggio Gualtiero Francese

 

18 gennaio 2001

TORINOSERA            SPETTACOLO e CULTURA

Fino al prossimo 27 gennaio sono in mostra le opere di Domenico Melluso

Arteincornice, sfilata di paesaggi

Sulla tela le vedute di un artista che cattura la realtà

L'arte contemporanea ci dà diversi esempi di sperimentalismo che balzano immediatamente all'occhio in opere di non immediata lettura (e, spesso, per nulla facile). Altre volte, invece, l'artista esprime soprattutto il proprio studio nella scelta dei materiali adottati. E soggetti ai quali il pubblico ha già fatto l'abitudine, come il paesaggio, si caricano di un interesse nuovo.

A proposito di paesaggistica ... direbbe il simpatico tenente Colombo. A proposito, si diceva, ecco che a Torino è approdata una nuova mostra personale incentrata su questo genere di soggetti. Nei locali della galleria d'arte moderna Arteincornice, in Via Vanchiglia 11/C, si può visitare l'esposizione delle opere di Domenico Melluso. Questo pittore vive a Torino, ma la sua arte ci porta lontano dalla metropoli e tutto ciò che vuole mostrare è specchi d'acqua, campagna, montagne. Natura, insomma.

“Trattasi di varianti e al tempo stesso pezzi unici di un grande puzzle di natura [...]" spiega Manuela Cusino nel catalogo della mostra. Le marine, le insenature, il cielo che si apre in una vallata composta di sole nubi, i particolari dei frutti della terra, di qualche pianta, l'asprezza di una roccia. Questi catturano l'attenzione del pittore che li riporta con gestualità e tecnica, mescolando in alcune tavole la materia del colore ad olio con quella del cemento: l'effetto ottenuto è carico di una pastosità che sa di ricerca pittorica su soggetti molto sfruttati dal mondo dell'arte, ma sempre ricchi di spunti. Soprattutto, questa loro ricorrenza dà più motivo all'artista di studiare ed approfondire la propria tecnica, mentre ritrae ciò che evidentemente ama. Il cammino artistico di Melluso è costellato di mostre personali e collettive soprattutto in Piemonte e Valle d'Aosta, nonché a Berna, in Svizzera. Ha realizzato la copertina de "La storia dell'eroico partigiano" di Sergio Notario (edizione Centro Studi Cultura e Società" Torino). Le opere di Domenico Melluso possono essere visionate anche in internet sul suo sito www.mellusodomenico.it.

Andrea Savio

 

11 gennaio 2001 – VideoNotizie (VIDEOGRUPPO)

Più di trenta pezzi unici dedicati alla natura, uniti fino a formare un grande puzzle di cieli, acque, insenature, promontori, cavità, distese.

Il tutto in una mostra dell’Artista Domenico Melluso, visitabile presso la Galleria Arteincornice di Torino, fino al 27 gennaio.

Tante le tecniche utilizzate: colori ad olio, acrilici e cementi su masonite o su tavola per ottenere paesaggi a perdita d’occhio. Ed ecco la “Laguna” realizzata nel 1999; un olio su masonite.

Ogni quadro di Domenico Melluso offre a chi lo osserva una sensazione di appartenenza, ma anche di profonda identità: è come se la dimensione temporale fosse rincorsa e bloccata da un tempo eterno sempre uguale.

Quadri che dimostrano che la vita è un’isola in un oceano di solitudine dove la natura ci viene incontro a braccia aperte invitandoci a godere della sua bellezza.

Servizio di Carmen Vurchio        Riprese di Paolo Stratta

La (sua) natura rivelata

di Fabrizio Sargentoni

Domenico Melluso è nato in Sicilia. Nella sua ricerca in continua evoluzione ciò che egli ha insistentemente espresso, attraverso l'attività pittorica che lo discerne, è la forza dell'espressione. Il colore adottato fugge entro aditi della memoria, quelli che portano alla sua terra e, come Zefiro, egli spira tra cielo, acqua e terra. Ardisce impetuosità d'animo, passione sapiente del suo essere e vivere il naturale nerbo, quella spatola di nobile fattura che accarezza superfici coriacee come la masonite e il cemento manifestando la cocente atmosfera della landa natia nel concetto stesso di arcaica natura. Il di lui sentimento appare materia e, come elemento costitutivo essa, si compone sotto forma di Cielo (olio su masonite, 2000), reso quest'ultimo a stormo turchino da toccate evanescenti che diventano nerborute nubi cerulee, create e mosse con audacia impetuosa. Cavità (olio e cemento su masonite, 2000) velate dell'ego rivestono di caparbia durezza emotiva l'Insenatura (olio e cemento su tavola) del suo mondo: egli anela quell'Onda (olio su masonite, 2000) in frantumi che è parte del suo spirito e vuole per lui Riposo (olio e cemento su tavola, 2000) tra il Promontorio (olio e cemento su masonite, 2000) di bruni e rossi massi che sembrano staccarsi, con il peso della materia di cui li appropria, lungo i Declivi (olio e cemento su tavola, 2000) della sua anima pittorica e poetica. Urla il silenzio che, nello Stagno (olio su tavola, 2000) dei suoi ricordi, galleggia vibrante tra Ninfee (olio su panforte, 2000) appena mosse dalla corrente vitale, accorta del Torrente (olio su tela, 1999) turbinosamente cromatico della sua tavolozza. Sussurra a noi, quindi, la veemenza del suo voler dire, del suo poter trasmettere, del suo consapevole saper ascoltare. Come il Lago (olio su tela, 2000) delle nostre emozioni contiene tra i suoi argini volubili ed inquiete necessità, ecco che Domenico Melluso riesce ad ascoltarci poiché anzitutto ascolta se stesso e ci rivela il percorso che occorre seguire, attraverso corsi d'acqua o rigagnoli, verso la Laguna (olio su masonite, 1999) che abbraccia la sua Isola (olio e cemento su tavola, 2000) nella quale, se ci addentrassimo intimamente, potremmo trovare la sua natura.

Gennaio 2001

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